Mondo

LA DENUNCIA. Obiezione all'aborto offensiva in Europa

Pier Luigi Fornari giovedì 12 agosto 2010
Una forte restrizione dell’obiezione di coscienza è raccomandata ai 47 Stati membri del Consiglio d’Europa (Coe) da una risoluzione che sarà posta in discussione nella prossima sessione plenaria dell’assemblea parlamentare, dal 4 all’8 ottobre. Il documento, di cui è relatrice la socialista inglese Christine McCafferty, approvato a maggioranza il 22 giugno nella commissione Affari sociali, sanità, e famiglia dell’assemblea, sollecita tra l’altro «l’obbligo per il Servizio sanitario di fornire il trattamento desiderato a cui il paziente ha diritto nonostante l’obiezione di coscienza» del personale medico. Il testo si scaglia contro la mancanza di una regolamentazione «esaustiva e precisa» dell’obiezione nella maggior parte degli Stati membri che, soprattutto nel campo della «salute riproduttiva» – cioè l’aborto – bilanci l’obiezione di coscienza e il «diritto» delle pazienti. Peraltro si indica anche l’avvio di un monitoraggio per verificare che quanto prescritto dalla risoluzione avvenga, annunciando in caso contrario «un meccanismo efficace di ricorsi». L’obiezione inoltre, secondo la McCafferty, andrebbe consentita in circostanze molto ristrette solo al medico che effettua l’aborto ma non al personale sanitario che lo assiste. Addirittura da cancellare sarebbe la possibilità che sia un’intera istituzione sanitaria ad obiettare. «Si vuole limitare fortemente l’obiezione di coscienza – commenta Luca Volontè, capogruppo del Ppe all’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa –, trasfomandola da un diritto fondamentale a una eccezione». L’esponente popolare evidenzia inoltre che il documento della McCafferty punta a imporre la sua linea a Stati che hanno già le loro norme: «Non si rispetta il principio della competenza nazionale in materie tanto delicate». Volontè individua nel documento lo stesso stravolgimento compiuto dalla McCafferty in una precedente risoluzione sul programma d’azione della Conferenza Onu del Cairo: si asserisce che l’aborto è un diritto. «Nella nuova risoluzione – aggiunge il deputato Udc – diventa perfino un elemento esigibile del servizio sanitario di base». Invece nella stragrande maggioranza degli Stati membri «l’aborto è consentito solo quando è necessario per salvare la vita della madre, e in altri è comunque vietato». Il capogruppo punta il dito contro il fatto che «la libertà di coscienza non viene considerata un diritto naturale rioconosciuto dalle convenzioni internazionali ma è degradata a una formulazione del diritto positivo, subordinata al potere dello Stato». Significative anche le audizioni in commissione decise dalla relatrice: tranne il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella, invitata dal gruppo popolare, gli altri tre esperti ascoltati «sono in qualche modo responsabili o collaboratori delle organizzazioni pro-aborto europee e mondiali». Inoltre nella sua relazione la McCafferty ha esplicitamente ringraziato Christina Zampas, direttrice in Europa di una delle principali organizzazioni per l’aborto, il Centro per i diritti riproduttivi. «Anche il contesto in cui si è voluto elaborare questa risoluzione – aggiunge Volontè – spiega l’intenzione di limitare notevolmente il diritto umano di obiezione di coscienza e di esaltare l’aborto, fino al punto di imporre ad altri comportamenti contrari alle proprie convinzioni». Il Ppe si prepara a contrappore i princìpi fondamentali espressi dal suo capogruppo, «cercando di convincere i componenti delle altre formazioni politiche che su questi valori umani non sono possibili cedimenti. Sono in gioco punti basilari della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e anche la stessa sovranità degli Stati in materie tanto sensibili».