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García-Siller. A San Antonio coperte e tortillas agli «indocumentados» del Texas

Nicola Nicoletti mercoledì 1 febbraio 2017

Monsignor Gustavo García-Siller

«Negli Usa abbiamo avuto una campagna elettorale turbolenta. Ha creato tensioni, ha portato una forte divisione già dalle prime battute. Sento adesso l’urgenza di una situazione di pace». Monsignor Gustavo García-Siller è l’arcivescovo di San Antonio in Texas, immensa terra di confine nata dalle missioni francescane, su cui arrivano e transitano molti immigrati irregolari arrivati da tutta l’America Latina dopo un cammino anche di due mesi. Qui si parla lo spagnolo e l’inglese. È una diocesi molto grande. Per arrivare da una parte all’altra impiega oltre sei ore di auto.

«Viaggiando a buona velocità», chiarisce. Vi sono 19 contee e più di un milione di cattolici da ascoltare, un lavoro oggi più difficile con la presidenza Trump. Mentre a New York e nei vari tratti del confine le proteste contro il muro continuano con marce e cortei, sono arrivati anche tanti gesti di solidarietà, come quelli delle parrocchie, con gruppi di cittadini riniti a Nuevo Laredo a portare bevande calde per le gelide notti, coperte e tortillas per sfamare gli “irregolari”. Viso sereno, su una figura alta ed esile, García-Siller ha appena celebrato il battesimo di quattro bimbi, nipoti di italiani di terza generazione.

Una cerimonia semplice, in cui al centro ha sottolineato l’importanza di tramandare la fede attraverso la famiglia. «E sono appunto le famiglie ad essere separate con la costruzione di questo muro. Figli che sono andati a cercare migliore sorte negli Usa, qui in Texas. Genitori che vorrebbero riunirsi. Non sono pochi i fedeli con queste storie». Siede tra i banchi oramai vuoti della bella chiesa dedicata alla Madonna, Our Lady of Grace, nella periferia di San Antonio, e con una voce pesata, ripensa agli annunci di Trump. Un prologo avvenuto nei mesi passati, nei comizi tenuti in tutti gli Usa, e poi dalle parole ai fatti, dal primo giorno dall’insediamento.

«È stato un conflitto annunciato: quello che il candidato repubblicano aveva dichiarato lo sta mettendo in atto. In fondo non c’è tutta questa sorpresa», ammette con crudo realismo. La sua ammissione nasce da una conoscenza profonda del mondo americano. Prima di arrivare a San Antonio, dal 2003 è stato vescovo ausiliare a Chicago, terra di Barak Obama. «Con l’allora senatore Obama abbiamo collaborato su numerosi temi, dalla povertà alle classi emarginate. Lui proveniva da studi sociali, dal campo dei diritti civili.

Con il mondo cattolico – sui temi comuni della dottrina sociale della Chiesa – c’è stata grande intesa». Accarezza la croce pettorale, un crocifisso in mesquite, un legno comune dei fusti del nord del Paese, e riflette su una storia difficile. «Come vescovi seguiamo la difesa della dignità della persona. Dal primo momento della vita all’ultimo, dai bimbi soli agli homeless. I più colpiti oggi da questa iniziativa? Come sempre i poveri, coloro che lasciano situazioni disperate nei loro Paesi: criminalità, narcotraffico, sequestri, arrivando qui tra mille pericoli.

E tra questi i bambini, vittime ancora più vulnerabili. Come pure le donne». Non sono pochi i giovani arrivati negli Stati Uniti o in Messico senza documenti. Alcuni di loro oggi sono entrati in seminario, diventando poi sacerdoti, alla guida di comunità pronte all’accoglienza». Il vescovo conosce bene questa storia. Primo di 15 fratelli, l’arcivescovo è nato in Messico. Ha vissuto sulla sua pelle le difficoltà sull’accoglienza. Da Venezuela, Cuba, Salvador o Bolivia, sono in tanti a varcare la frontiera e rischiare la pelle per un futuro migliore. «Siamo un unico Paese, ricorda ». Proprio qui a San Antonio, con la battaglia di Alamo, un pezzo di Messico divenne terra statunitense. Tanti cittadini del Texas sono nati o hanno i genitori a Guadalajara, Monterrey, Città del Messico.

Parte di un’unica realtà storica. La diocesi è attenta alla tutela della persona, e stanzia fondi destinati alla Caritas per cibo, abiti, assistenza medica e anche legale di chi, «indocumentado», diventa bersaglio di cartelli di droga e criminali. «Tante comunità hanno donato viveri. Preghiamo per loro, poiché dalla preghiera si continui a sviluppare la carità seguendo le parole del Papa: fare ponti e non muri. Sono consapevole delle gravi sfide che abbiamo di fronte lungo il confine, ma sono stato anche edificato dai meravigliosi sforzi di persone di buona volontà e di fede, provenienti da tutto il Paese, per accogliere donne e bambini in questo momento difficile».