Famiglia

Dove studiare. Figli all'estero. Quando è utile e quando no

Barbara Garavaglia venerdì 2 febbraio 2024
Studenti con la valigia, in partenza per un trimestre, per sei mesi, per un intero anno all’estero. Adolescenti che lasciano la propria città, gli amici, la scuola per compiere un’esperienza in uno Stato spesso non europeo. È un fatto che studiare per un periodo di tempo fuori Italia attragga moltissimi ragazzi (oltre 17 mila nel 2021 secondo IlSole24Ore su dati Eurostat). Intercultura, che dal 1955 propone e promuove questo tipo di mobilità, ha selezionato per l’anno scolastico 2023/2024 mille e 800 studenti. Il 41% di questi ragazzi ha scelto un Paese europeo, il 29% l’America Latina, il 17% Stati Uniti e Canada, l’8% l’Asia e il 3% Australia e Nuova Zelanda. Si è tornati sui numeri pre-Covid e si nota anche, stando al Rapporto 2023 dell’Osservatorio sull’internazionalizzazione delle scuole e la mobilità studentesca promosso da Fondazione Intercultura, come aumenti la percentuale degli istituti che aderiscono ai progetti e come si assista a un evolversi dell’atteggiamento degli insegnanti.

Certo, sono soprattutto studenti provenienti dai licei quelli pronti col trolley e con la voglia di mettersi in gioco in un ambiente scolastico differente, e indubbiamente la preferenza della scelta cade in maniera più marcata su Paesi anglofoni, però altre nazioni e altri contesti attraggono. Il profilo dello studente che decide di fare un periodo scolastico all’estero è quello di un ragazzo curioso, responsabile, socievole, che torna avendo nel proprio bagaglio una propensione alta alla inclusività, all’ascolto e una apertura al cambiamento. Sul piatto della bilancia pesa la innegabile multiculturalità della società e non si può che essere d’accordo con il segretario generale di Intercultura, Andrea Franzoi, che afferma: «In un contesto internazionale complesso e difficile come quello di oggi, Intercultura percepisce come essenziale il proprio intervento nel farsi promotrice di una cultura della pace, stimolando il dialogo e la comprensione tra i popoli. Rispetto, inclusione, diversità sono tra i valori sui quali vogliamo attivare la partecipazione dei giovani per costruire un mondo migliore, più equo e senza conflitti».

Studiare all’estero è un’espressione di autonomia, un’affermazione di sé, un mettere in gioco le proprie capacità. È anche però uno sradicarsi per entrare in un contesto culturale, scolastico e relazionale diverso. E dopo il periodo trascorso fuori casa, c’è il rientro, che può essere carico di fatiche. La famiglia e la scuola, dovrebbero stare accanto alla ragazza o al ragazzo durante tutto il percorso, per far sì che questa esperienza sia positiva, sino in fondo. «Anzitutto – afferma Emanuela Confalonieri, psicologa dell’adolescenza, docente dell’Università Cattolica di Milano – deve essere un desiderio del ragazzo. Sono adolescenti, vanno supportati, ma queste richieste devono nascere da loro. A volte è più un desiderio del genitore che del ragazzo». Occorre inoltre mettere in conto anche quanto accade al rientro. «Domandiamoci come renderla un’esperienza formativa per il ragazzo, e con un senso – prosegue la docente -. Le esperienze con le scuole, al rientro, come sono? I punti di attenzione che vedo riguardano anche la scuola. Nel momento in cui un istituto sa e consente che uno studente parta, deve costruire di volta in volta, con il ragazzo, un percorso, partecipare a questa esperienza come scuola. Interessarsi in quale scuola sarà inserito, dare dei consigli sul come partecipare ai percorsi, magari dare una disponibilità per compartecipare a questo progetto, mettersi in contatto durante il periodo all’estero. Quindi aiutare lo studente a trovare dei collegamenti con quanto si fa in Italia. Creare dei momenti che facciano sì che non ci sia una cesura con la scuola, perché la tua scuola è il luogo da cui parti e dove, soprattutto, farai ritorno. Nel momento in cui si rientra, mi sembra corretto che ci sia un momento valutativo, ma che sia un momento valutativo dell’esperienza, che va valorizzata, oltre che valutare l’apprendimento. Accogliere e riaccogliere il ragazzo per l’esperienza che ha fatto, quindi, evitando di penalizzare lo studente».

Queste parentesi rappresentano una grande opportunità: «Dev’essere un desiderio del ragazzo – prosegue la docente -. Bisogna fare in modo che la richiesta nasca dallo studente. In un’ottica di internazionalizzazione può accadere che un genitore veda in questo periodo all’estero una grande opportunità. Può essere un’esperienza formativa che arricchisce la crescita del ragazzo, ma non consentirà cose tanto diverse rispetto a quelle di un coetaneo che ha fatto tutto il percorso scolastico in Italia. Dev’essere una scelta rispettosa di quello che è l’interesse e il desiderio dell’adolescente, perché sono esperienze non totalmente e a priori controllabili. Famiglia, scuola, contesto… sono un salto nel vuoto e ci sono adolescenti pronti ad affrontarlo e altri che hanno ritmi diversi. Può essere un capitolo della propria esistenza molto forte da affrontare. La distanza da casa è una distanza emotiva notevole, che può mettere alla prova, può diventare una fatica. Si può essere soddisfatti delle proprie scelte, anche senza essere stati all’estero».

Può essere utile lasciarsi sfidare in un’esperienza estiva, limitata nel tempo, fuori dal percorso scolastico: «Genitori e figli – conclude Emanuela Confalonieri – devono ascoltare e ascoltarsi. Perché questa esperienza non metta troppo in gioco le potenzialità del proprio figlio. Aiutando il ragazzo a trovare motivazioni sia per andare, sia per non andare all’estero».