Famiglia

La ministra Bonetti. Famiglia, la politica ora ci crede

Luciano Moia domenica 12 dicembre 2021

La Conferenza nazionale della famiglia ha rappresentato una svolta fondamentale per le politiche familiari in Italia. Un approccio nuovo che sarà determinante per dare finalmente centralità, in modo concreto e non formale, al ruolo della famiglia nella società e nella politica. Ne è convinta la ministra per la famiglia, Elena Bonetti, che ha voluto con forza la Conferenza nazionale dopo averla preparata insieme all’Osservatorio nazionale sulla famiglia con un lungo e articolato percorso di avvicinamento.

Ministra Bonetti, ci indica tre motivi per cui dovremmo essere soddisfatti di quanto emerso dalla Conferenza sulla famiglia?

Primo, è emerso un elemento unificante per il Paese. Le famiglie hanno dimostrato di essere un nodo strutturale di ricostruzione di connessione sociale e di solidarietà, ma anche di aiuto nella realizzazione delle progettualità personali. Questo, per un Paese che vuole ripartire con slancio in modo condiviso e coeso, è fondamentale. Secondo, il metodo. Abbiamo un approccio nuovo alle politiche familiari, integrato, che offre una visione di sviluppo sostenibile, capace di comprendere tutti gli aspetti dell’esperienza della nostra umanità, per tutte le famiglie: il lavoro, le relazioni, la dimensione personale, le relazioni sociali, l’economia, l’innovazione. Alla Conferenza hanno partecipato tutti i rappresentanti istituzionali: accanto all’intervento del presidente Draghi e dei colleghi di governo, tutte le parti sociali, il mondo del lavoro, delle associazioni, degli studiosi dei fenomeni di carattere sociale economico. Una coralità di voci che ha dato corso a un processo con obiettivi chiari, individuabili e quindi anche monitorabili. Terzo, l’Italia è un Paese che oggi ha finalmente scelto una svolta, dando concretezza alla riforma del Family Act.

Giusto pensare che le indicazioni arrivate dalla Conferenza possano contribuire a spianare la strada al nuovo Piano per la famiglia? E quando arriverà questo documento?

Al termine dei lavori ho voluto anticipare uno dei prossimi obiettivi: dentro l’Osservatorio nazionale per la Famiglia, nella costruzione del nuovo Piano Famiglia, abbiamo previsto un gruppo di lavoro che monitori e valuti l’impatto di tutte le politiche pubbliche, in particolare nell’ambito del Pnrr, sotto la lente delle politiche familiari viste come politiche di connessione sociale, anche tra generi e generazioni. Ora, chiusa la Conferenza, faremo una sintesi degli atti. Alla Conferenza siamo arrivati dopo numerosi webi- nar e una consultazione innovativa pubblica - anche online - cui hanno partecipato varie associazioni con molti contributi, e molto interessanti. Siamo quindi già in fase istruttoria avanzata e mi aspetto che nei primi mesi del prossimo anno il documento arrivi alla sua redazione finale.

Draghi ha detto che la politica deve rimuovere gli ostacoli nella scelta di formare una famiglia e deve mettere le coppie in condizione di avere figli, se lo desiderano. Cosa ci manca per realizzare questo obiettivo?

Mancava quello che abbiamo voluto colmare anzitutto con l’introduzione della riforma del Family Act e dell’assegno unico e universale: la stabilità e la multidimensionalità delle politiche a sostegno delle famiglie. Stabilità significa, per esempio, che una famiglia deve poter contare dal suo nascere su un certo introito finanziario. L’assegno vuol fare questo: una famiglia sa che dal settimo mese di gravidanza fino ai 21 anni d’età dei figli potrà contare mese dopo mese su un’entrata certa, chiara, identificabile. Serve però anche un approccio integrale. Una donna deve sapere che nel caso dovesse diventare madre non subirebbe una penalizzazione nel mondo del lavoro. La formazione di una famiglia è favorita se la maternità non diventa un ostacolo e si non pone più la scelta antitetica tra l’essere lavoratrice e l’essere madri. Una famiglia poi deve poter contare sulla disponibilità di servizi educativi dalla prima infanzia e sulla possibilità di poter accedere a mutui o affitti in modo agevolato. Tutte questi elementi di insicurezza sono oggi superati nel Family Act.

Lei ha parlato di nuove politiche familiari strutturalmente integrate. Cosa significa?

Significa che sono politiche che si devono correlare nelle diverse componenti che interessano la vita concreta delle famiglie italiane. Ad esempio, la possibilità di accesso a servizi educativi per la prima infanzia, gli asili nido, è una politica che riguarda l’educazione dei figli ma nello stesso tempo deve essere integrata con una politica del lavoro che renda i tempi lavorativi compatibili con i tempi dei servizi educativi e viceversa. Che sostenga le imprese nel proporre un welfare per le famiglie e nello stesso tempo dia strumenti per rispondere alle esigenze legate alla prima infanzia dei figli e investa nelle infrastrutture che si rivolgono a questo scopo. L’impresa, il settore educativo e quello dell’investimento pubblico sono settori diversi ma devono rispondere ad un’unica esigenza che si sviluppa in una molteplicità di componenti e che quindi necessita di una risposta che le sappia cogliere tutte insieme.

Nelle sue conclusioni ha detto che, dopo la Conferenza, la riforma del Family act fa un passo avanti, rispetto alle politiche portate finora avanti. Significa che il Family act dev’essere riformulato?

No. Il Family Act ha avuto l’approvazione alla Camera, tra l’altro con nessun voto contrario, nella sua versione emendata nei lavori parlamentari. Come legge delega, per essere attuata avrà bisogno dei decreti delegati e dovrà attivare politiche pubbliche che diano compimento all’impianto globale della riforma e con una riconoscibilità nel tempo. Il Family Act da un lato ridisegna le politiche familiari integrando tra loro le diverse aree di intervento delle politiche pubbliche, dalla dimensione del sociale alla fiscalità, al lavoro, all’educazione, alla promozione di politiche giovanili. Dall’altro, lavora sui tempi di vita della persona: per questo, per quanto riguarda il lavoro femminile, lavora sulla maternità e sulle diverse questioni che attraversano tutta la carriera del lavoro professionale di una donna.

Perché ridefinire il ruolo sociale dell’essere famiglia può contribuire, come lei ha detto, a rimettere al centro la persona?

Perché la persona è tale nel momento in cui si realizza pienamente se stessa, attraverso le relazioni sociali nelle quali si mette in gioco. La persona è l’individuo che entra in relazione con l’altro da sé. E qui sta la grande antropologia delle famiglie, che sono il luogo in cui le bambine, i bambini, le donne e gli uomini primariamente incontrano l’altro da sé ed è, questa, una costruzione di relazioni potenzialmente positive, che si sviluppano non solo nella diversità di generi e di generazioni, ma anche nella diversità delle età e dei tempi di vita di una persona. Le relazioni familiari sono relazioni che raccontano una storia e si pongono nella dimensione sociale come luogo di costruzione. Da un lato di legami sociali, dall’altro di processi che hanno un impatto nella vita delle nostre comunità.

Come continuerà adesso il lavoro dell’Osservatorio per la famiglia?

Continuerà anzitutto nella raccolta dei risultati della Conferenza e nella loro necessaria rielaborazione per arrivare alla redazione del nuovo Piano. E, come ho già avuto modo di dire, anche istituendo un gruppo di lavoro che procederà a strutturare il monitoraggio dell’impatto delle politiche pubbliche del Pnrr, lungo gli assi strategici che il Piano andrà ad evidenziare.

Qualcuno sostiene che i quattro ambiti di analisi scelti per i lavori degli esperti non siano sufficienti per abbracciare le tante realtà che si intrecciano nella vita familiare. È pensabile ampliare i settori di indagine?

Le quattro aree sono state scelte perché comprensive dei diversi aspetti, ciascuna si articola in sottoaree e sottodimensioni e tutti i livelli sono attraversati da intersezioni e reciprocità. Mi lasci dire che per essere leggibile e fruibile, un piano deve avere chiare le aree di intervento e le correlazioni e non essere microparcellizzato in tutti gli aspetti. Oggi noi siamo chiamati anche a cogliere gli elementi di connessione e di sintesi. Continuando a portare avanti politiche familiari frammentate e isolate, che rispondono a ogni singolo aspetto senza leggere i vari aspetti nelle loro reciproche connessioni, non si coglie quel necessario elemento di complessità che risiede in qualsiasi dimensione di relazione sociale.

L’impegno contro l’inverno demografico è certamente uno dei fiori all’occhiello del governo. Alla Conferenza è stato detto però che non contestualizzare l’impegno demografico all’interno di una prospettiva in cui si valorizzano generi e generazioni rischia di depotenziare questo sforzo. È d’accordo?

Sì, ed è per questo che la scelta del governo è valorizzare l’approccio integrato nella dimensione dei generi e delle generazioni che si incontrano. L’assegno unico e universale è un investimento sulle nuove generazioni, si rivolge a tutte le bambine e a tutti i bambini e cambia il paradigma: ci si rivolge primariamente alle bambine e ai bambini, a prescindere dalla tipologia di lavoro dei loro genitori. È un metodo totalmente differente rispetto a quello finora utilizzato. Nel Family Act lavoriamo con un approccio universalistico su diversi assi: sul sostegno finanziario per la crescita delle bambine e dei bambini, su politiche sociali di fiscalità, su elementi educativi e sui servizi territoriali a sostegno di tutto il divenire della vita di una figlia o di un figlio. Sulla riforma dei congedi parentali, che vuol dire politiche di parità di genere nell’ambito familiare ma anche sostegno ai lavoratori autonomi e non solo ai lavoratori dipendenti. Sul lavoro femminile, sull’imprenditoria delle donne, sul lavoro domestico, con un approccio ampio alla promozione dell’empowerment delle donne. Analogamente sul tema dei giovani, per anticipare i tempi in cui possano scegliere la propria vita in autonomia, dalla casa al lavoro. È un quadro complesso, concepibile proprio tenendo conto di queste 'correlazioni' che animano la nostra società e che, noi lo sappiamo bene, sono anche la forza buona capace oggi di rianimarla.

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