EconomiaCivile

Transizione. La sostenibilità conveniente delle comunità energetiche

Pietro Saccò mercoledì 3 novembre 2021

Conviene ricordarlo, ora che i prezzi dell’elettricità – aumentati del 30% in un anno – sembrano andati fuori controllo: restare passivamente sul mercato, e subire personalmente in bolletta gli effetti della corsa delle quotazioni delle materie prime, non è obbligatorio. C’è chi lo ha capito da tempo e si è organizzato di conseguenza per trasformarsi da consumer, cioè semplice consumatore, a quello che gli appassionati chiamano il prosumer, il consumatore che diventa anche produttore di energia elettrica. Qualcuno lo ha fatto da solo: magari sfruttando i generosi incentivi degli anni passati si è adoperato per installare pannelli fotovoltaici sul tetto e ora consuma l’elettricità che produce, vendendo sul mercato o mettendo da parte in un accumulatore domestico quella che non utilizza subito. Altri hanno scelto una soluzione più sociale, creando una “comunità energetica” capace di avvicinarsi a una situazione di autonomia elettrica collettiva. La comunità energetica consiste in un gruppo di persone che si organizzano per realizzare un sistema di generazione elettrica per provvedere ai propri consumi. Sembra una cosa nuovissima, invece è antica. Una delle prime comunità energetiche italiane è stata quella creata dagli abitanti dell’Alta Valle del Bût, sulle Alpi carniche del Friuli, nel 1911. Qualche decina di valligiani creò una cooperativa per costruire una centrale idroelettrica per ali- mentare le famiglie e le imprese della zona. Oggi la società elettrica cooperativa dell’Alto Bût (Secab) gestisce cinque impianti idroelettrici che nel 2020 hanno prodotto 51,5 GWh di energia elettrica. I soci, che oggi sono 2.653, nel 2020 hanno potuto ottenere l’energia a un prezzo scontato del 35% rispetto a quello del mercato tutelato.

Esperienze come quella della Secab sono state numerose nel Nord Italia all’inizio del secolo scorso. In Valtellina la cooperativa Società elettrica di Morbegno (Sem) è attiva fin dal 1897. In Trentino un fabbro, un artigiano e tre contadini si attivarono nel 1921 per alimentare la Val di Funes e crearono la Società elettrica Santa Maddalena, oggi EnergieVillnös. In Alto- Adige fu invece un gruppo di ragazzi, nel 1923, a costruire un mini centrale idroelettrica coinvolgendo 40 famiglie in una cooperativa, l’Azienda Energetica Prato, che oggi ha 1.443 soci e produce quasi 21 GWh di elettricità all’anno. Queste prime esperienze di comunità energetiche, tutte nel Nord Italia, erano rese possibili dalle condizioni geografiche del territorio: la presenza di fiumi ricchi d’acqua è essenziale per costruire una centrale idroelettrica. E l’idroelettrico è stato, per decenni, l’unica tecnologia di generazione elettrica verde capace di garantire un’ampia fornitura a un territorio. Ma le fonti idriche sono limitate, così dopo le prime esperienze degli inizi del Novecento, la nascita di nuove comunità energetiche ha vissuto diversi decenni di stasi. Una pausa durata fino agli inizi del terzo millennio, quando lo sviluppo del fotovoltaico ha aperto una nuova strada per la creazione di sistemi di produzione elettrica comunitari. Le comunità energetiche in tutta Europa stanno attraversando una nuova fase di grande crescita. Non esistono censimenti precisi, anche perché la definizione di comunità energetica come gruppo di persone che si mette assieme per autoprodurre elettricità si apre a esperienze concrete molto diverse. La federazione ResCoop conta 1.900 iscritti. Le stime della Commissione europea indicano in circa 4mila le comunità energetiche presenti in Europa. Di queste quasi 2mila sono in Germania, mentre se ne contano altre 2mila tra Olanda, Danimarca, Regno Unito e Svezia.

Anche in Italia però questi progetti si stanno moltiplicando. Un caso “da scuola” è quello della Comunità Cooperativa di Melpignano, nel Leccese, nata nel 2011 dalla collaborazione tra il Comune, Legacoop e l’associazione Borghi Autentici d’Italia con l’obiettivo di produrre energia fotovoltaica per le famiglie e le imprese del territorio. La cooperativa pugliese ha installato sui tetti dei soci che hanno aderito 34 impianti fotovoltaici per una capacità totale di 199 KW. Il fotovoltaico diffuso di Melpignano ha ridotto drasticamente il costo dell’energia per la popolazione e le emissioni di anidride carbonica. Attraverso la vendita dell’energia in eccesso la coop ha generato anche utili reinvestiti dal Comune su progetti come la realizzazione di case dell’acqua. E dal momento che i pannelli richiedono un lavoro di manutenzione la coop genera anche lavoro, con socidipendenti che se ne occupano.

Iniziative simili a quella leccese sono nate anche in Piemonte, con le comunità energetiche di Pinerolo (che sfrutta fotovoltaico, centrali idroelettriche, biogas e gas naturale con cogenerazione) e Magliano Alpi, dove il Comune ha installato sul tetto del municipio pannelli fotovoltaici di 20 KW di potenza complessiva per distribuire energia elettrica ai cittadini, sfruttando per prima le regole previste dal Milleproroghe. In Emilia è nato il progetto Geco-Green Energy Community, coordinato dall’Agenzia per l’energia e lo sviluppo sostenibile (Aess) in collaborazione con Enea, l’Università di Bologna e altri soggetti: l’obiettivo è incentivare lo sviluppo di comunità energetiche, a partire da un progetto di questo da realizzare nel Bolognese. A luglio è nata una comunità energetica a Riccomassimo, in Trentino. Mentre poche settimane fa Ventotene, nel Lazio, ha completato il progetto per diventare la prima isola comunità energetica d’Europa.

In alcuni casi il progetto si è scontrato con la famigerata burocrazia italiana. È successo per esempio a San Giovanni a Teduccio, vicino a Napoli: doveva essere una delle prime comunità energetica d’Italia, ma l’impianto solare che deve essere messo sul tetto della Fondazione Famiglia di Maria si è impantanato in attesa dei permessi di Comune e Sovrintendenza. Il successo delle comunità energetiche è anche il frutto dei programmi europei. Due direttive della Commissione europea che fanno parte del pacchetto di regole sull’energia pulita impongono agli Stati di agevolare i gruppi di cittadini che si organizzano per forme di autoconsumo dell’elettricità. L’Italia ha applicato in anticipo le indicazioni europee con il decreto Milleproroghe, del dicembre 2019. La legge ha definito le realtà dell’autoconsumo collettivo, per famiglie che condividono un edificio (come un condominio) e vogliono produrre elettricità rinnovabili, e le comunità energetiche rinnovabili, per gruppi che risiedono in territori più ampi e condividono la stessa cabina di trasformazione di media/bassa tensione. La norma prevede che la comunità energetica rinnovabili possa costruire impianti di potenza complessiva non superiore ai 200 kW. I partecipanti condividono l’elettricità utilizzando le reti di distribuzione già esistenti o utilizzare forme di autoconsumo virtuale. Il ministero dello Sviluppo economico ha previsto di incentivare l’energia autoconsumata con 100 euro per MWh nel caso dell’autoconsumo collettivo e 110 euro per Mwh per comunità energetiche rinnovabili. Agli incentivi si sommano le restituzioni di alcune voci in bolletta per l’alleggerimento dei costi di distribuzione e gli incassi delle possibili vendite dell’energia prodotta. Per benefici complessivi che l’associazione Geco stima in 150-160 euro per MWh. Le aziende elettriche più innovative aiutano la costruzione di queste realtà. Enel X per esempio si propone come partner per costruire e gestire gli impianti, monitorare il loro funzionamento e accompagnare la comunità nel suo percorso.

Presto anche la Chiesa italiana sarà un motore visibile per la realizzazione di nuove comunità energetiche. «Vogliamo che tutte le comunità dei fedeli in tutte le parrocchie italiane avviino un progetto e diventino comunità energetiche» ha detto l’arcivescovo Filippo Santoro nell’intervento finale alla 49esima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani. La richiesta di costituire nuove comunità energetiche è la prima delle “quattro piste di conversione e generatività futura per le nostre parrocchie” indicate da Santoro per «essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo», dando un contributo concreto, ed economicamente conveniente, alla lotta al cambiamento climatico.