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Lavoro regolare. Braccianti assunti: con NoCap il caporalato si ferma a Eboli

Antonio Maria Mira mercoledì 12 gennaio 2022

di Antonio Maria Mira Un lavoro regolare, una casa vera, un trasporto sicuro. Un sogno per tanti braccianti immigrati. Una realtà per nove lavoratori a Eboli. Grazie al progetto NoCap 'Dal seme alla tavola', per una filiera etica in agricoltura, che vede in campo una bella squadra di associazioni, Chiesa e una grande azienda del Nord che da 30 anni opera nella Piana del Sele, producendo soprattutto insalatina biologica in busta. La Piana è un mare di serre, vi lavorano 20mila braccianti, la metà immigrati, che coltivano i prodotti di 'quarta gamma' in busta, anche per grandi marche. Pochi col contratto regolare. Pagati 25 euro al giorno per 10-12 ore. Vivendo in casolari isolati, vere catapecchie senza acqua e luce. Luogo di sfruttamento ma ora anche simbolo di cambiamento. «Stiamo lavorando regolarmente, con orari veri. Vi ringrazio. Avete fatto qualcosa di importante per noi lavoratori», dice uno dei braccianti, Jubair Chaudhary, 45 anni, pakistano, dal 2014 in Italia con la famiglia, rivolgendosi ai promotori dell’iniziativa. «Ho fatto tanti lavori, anche in condizioni molto gravi. Sono stato sfruttato da tante persone. Ora finalmente sto bene. E quando lo racconto ad altri lavoratori non ci credono». E non hanno tutti i torti. I dati sullo sfruttamento sono davvero scandalosi. In Italia soono circa 200mila i 'vulnerabili' in agricoltura, gli 'schiavi' della terra in mano a caporali e imprenditori sfruttatori. E più di 400mila gli irregolari. Immigrati e italiani. Numeri in crescita. Basti pensare che i 'vulnerabili' erano 140mila nel 2017 e 160mila nel 2018. Gli attuali 200mila sono la somma tra 136.400 unità occupate completamente in nero e circa 60mila lavoratori che, seppur registrati dall’Inps, risultano avere un contratto informale e una retribuzione inferiore a quella prevista dalle normative correnti. Contratti 'grigi', ore in più 'fuori busta', sicurezza sul lavoro non gantita, anche qualla contro il Covid. Una situazione confermata dall’attività di contrasto.

Secondo una ricerca aggiornata a oggi del Centro di ricerca interuniversitario l’Altro Diritto (costituito da undici atenei), insieme alla Flai Cgil, sono 450 le inchieste avviate da ben 120 procure sullo sfruttamento dei lavoratori dopo l’approvazione dell’importantissima legge 199 del 2016, conosciuta come 'legge anticaporalato'. Una norma nata dopo la morte ad Andria, il 13 luglio 2015, di una bracciante italiana, Paola Clemente, madre di tre figli. Anche lei sfruttata. Perché gli sfruttati non sono solo immigrati e non solo al Sud. Ben 134 in- chieste riguardano le regioni del Nord (65 solo in Lombardia e 31 in Veneto), 133 il Centro (36 in Toscana, 35 in Emilia Romagna, 27 nel Lazio), 124 il Sud (49 in Puglia, 31 in Calabria, 25 in Campania) e 55 le Isole (49 in Sicilia). Dati confermati dal monitoraggio della Flai-Cgil. Secondo il sindacato su 405 luoghi di caporalato e sfruttamento, le cosiddette 'piazze', solo 109 sono al Sud. La pandemia non ha certo fermato caporali e imprenditori fuori legge, anzi lo sfruttamento è aumentato. Nel 2020 sono state denunciate 475 persone per sfruttamento lavorativo. Nel biennio 2020-2021, le aziende irregolari scoperte hanno sono cresciute del 68% in Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia e del 78% nelle altre regioni: Abruzzo, Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Toscana, Umbria e Veneto. Ma la buona notizia è che a 1.843 lavoratori vittime di sfruttamento è stata assicurata una tutela. Quella brutta è che nel 2021 sono già 58 le nuove inchieste, e ben 33 al Centro Nord. Ma è possibile un’altra storia, anche nel Sud da sempre luogo simbolo di sfruttamento, come il progetto di Eboli che vede anche protagonisti del Nord. Iniziato a settembre è stato presentato pubblicamente proprio per dire 'stiamo facendo' e non 'faremo'. Molti i protagonisti della rete che ha permesso la realizzazione del progetto promosso da Ivan Sagnet, attivista camerunense, nominato Cavaliere della Repubblica dal presidente Mattarella per il suo impegno in difesa dei diritti dei lavoratori. Dopo Foggia, Rosarno e Ragusa, dove sono già coinvolti più di 700 immigrati, ora tocca alla Campania, Eboli e prossimamente Castel Volturno, altro simbolo negativo. Accanto a Sagnet due diocesi. Quella di Teggiano-Policastro, attraverso i progetti Presidio e Sipla della Caritas, e in collaborazione con l’associazione Frontiera Sud, ha individuato i lavoratori da coinvolgere, aiutandoli per il permesso di soggiorno. La Fondazione Migrantes dell’arcidiocesi di Salerno ha offerto un appartamento per ospitare i braccianti che tra qualche mese pagheranno l’affitto col loro salario. NoCap ha acquistato un pullmino per il trasporto dei braccianti. Così da un mese tutte le mattina vanno a lavorare alla 'O.P. La Maggiolina' con contratto regolare, in piena sicurezza, producendo insalatina che porta anche il marchio etico NoCap, che garantisce la sostenibilità sociale dei prodotti. Azienda bresciana, tra le più importanti d’Italia nella produzione di insalate in busta, dal 1990 opera nella Piana del Sele. «Per noi il caporalato non è mai esistito – sottolinea il titolare, Santo Bellina –. Abbiamo subito aderito al progetto perché speriamo sia un esempio. Per le aziende può essere anche un valore aggiunto perché la grande distribuzione si sta interessando al valore etico dei prodotti e ce li chiede».

Ed è questo uno dei fini del progetto. «Oltre alla sostenibilità sociale vogliamo affrontare quella economica, senza la quale non c’è quella sociale – spiega Sagnet –. Noi sosteniamo le aziende nella commercializzazione dei prodotti e in cambio le aziende assumono in regola». È un progetto che non è solo di contrasto del caporalato, ma di filiera. Ma non ci si deve fermare. «L’azienda ci ha messo la faccia e non è facile – aggiunge Sagnet –. Qui c’è mafia, c’è sfruttamento. Gli immigrati non sono dei delinquenti ma lavoratori senza i quali l’agricoltura sarebbe allo sfascio. Non chiedono carità ma rispetto dei loro diritti. Per questo vogliamo che tante altre aziende aderiscano o, almeno, facciano meglio il loro mestiere». Ne è convinto anche monsignor Andrea Bellandi, arcivescovo di Salerno-Campagna-Acerno. «Sono entusiasta di questo progetto per la sua esemplarità. Abbiamo dato un contributo perché c’è qualcosa di nuovo che può essere un segnale per tanti altri. Come dice papa Francesco, dobbiamo guardare alle periferie, vivere le condizioni dei lavoratori con un vero progetto di integrazione che ha come fine le persone. E che vede una convergenza di energie: imprenditori, volontariato, Chiesa, istituzioni». Che, almeno a livello locale, rispondono positivamente. «Dobbiamo collaborare con le aziende e loro con noi, per contrastare l’insopportabile vergogna dello sfruttamento», afferma il sindaco di Eboli, Mario Conte che annuncia l’intenzione di «costituire una consulta dell’immigrazione con aziende, sindacati, volontariato e Chiesa», cominciando dai temi degli alloggi e dei trasporti.

Un impegno che prende anche Roberto Amantea, Dirigente della Prefettura di Salerno. «Il volontariato ci ha fatto vedere che si può fare, ma non basta, anche le istituzioni devono fare la loro parte». Spiega che con fondi europei e nazionali, ha proposto un progetto pilota ma, denuncia, «ho avuto difficoltà a trovare aziende disposte a collaborare. Ci sono resistenze e convenienze. Ma lo porteremo avanti lo stesso, con o senza di loro». E il volontariato certo non si ferma. «È stato fondamentale il lavoro di rete, perché crea la forza necessaria per provare a risolvere i problemi – sottolinea Alvaro D’Ambrosio, operatore Caritas Teggiano-Policastro –. Noi continuiamo il nostro impegno, nelle campagne per aiutare chi vive senza dignità, o negli incroci dove vengono arruolati dai caporali». Lo ricorda anche Giuseppe Grimaldi, presidente dell’associazione 'Frontiera Sud'. «Sembra davvero incredibile riuscire ad avere un lavoro, una casa, dei trasporti. Ma se quella che dovrebbe essere la normalità diventa incredibile, c’è un’altra 'normalità' che fa funzionare il sistema della Piana del Sele, ed è quella che contrastiamo». Ma ora è bello ricordare i primi importanti passi del progetto, come spiega Antonio Bonifacio, delegato Fondazione Migrantes. «Al momento della firma del contratto i lavoratori erano increduli. Non l’avevano mai fatto. Per la prima volta erano trattati come persone».