Economia

SPAGNA. E Zapatero taglia gli stipendi agli statali: via il 5%

giovedì 13 maggio 2010
«La spesa sociale non si tocca»: fino a pochi giorni fa era il refrain del governo spagnolo, apprezzato e difeso dai sindacati e dalla sinistra. Ma la Spagna continuava a scricchiolare e alla fine José Luis Rodrìguez Zapatero ha ceduto, annunciando un clamoroso dietrofront nella sua strategia per ridurre il deficit pubblico (ormai all’11,2%). Dopo una settimana di critiche europee, polemiche nazionali e telefonate internazionali (l’ultima, quella di Barack Obama, che gli ha chiesto «azioni decise» contro la crisi), il premier socialista ha presentato in Parlamento una nuova serie di sforbiciate. La prima – probabilmente la più costosa dal punto di vista politico – è la riduzione del 5% dei salari dei funzionari per quest’anno e il congelamento degli stipendi pubblici nel 2011. Una mossa imprevista: Zapatero è il primo premier della storia spagnola che decide di tagliare i salari dell’amministrazione pubblica. I sindacati hanno bocciato immediatamente il pacchetto economico, perché rappresenta «un cambiamento di scenario nelle relazioni con le organizzazioni» dei lavoratori. Non si escludono, dunque, agitazioni e scioperi.L’intervento sui salari riguarderà anche i membri del governo (che rinunceranno al 15%), ma la richiesta dell’opposizione di chiudere tre ministeri è stata rifiutata. La nuova manovra prevede inoltre la sospensione della revisione delle pensioni nel 2011, una stretta sugli investimenti pubblici statali, risparmi nell’amministrazione di regioni e municipi, tagli alla spesa farmaceutica e una contrazione di 600 milioni di euro in due anni per la cooperazione internazionale. In futuro non si esclude l’aumento di imposte per i redditi più alti.Ma non basta. Anche le famiglie verranno colpite dal nuovo programma di austerità: dal prossimo anno sparirà il cosiddetto «assegno-bebè». Nel 2007 l’esecutivo socialista annunciò con grande enfasi la creazione di un bonus di 2.500 euro, concesso a tutte le madri per la nascita o l’adozione di un figlio. L’aiuto non prevedeva distinzioni di reddito: nel 2008 fu incassato da 490.000 famiglie, per un totale di 1,2 miliardi di euro. L’opposizione di centrodestra, allora, accusò il governo di ricorrere a misure populistiche in vista delle elezioni del 2008. «La Spagna deve continuare a migliorare, ha bisogno di più famiglie e più figli. E le famiglie hanno bisogno di più aiuti», disse Zapatero tre anni fa. Ieri l’esecutivo ha messo la marcia indietro anche su questo e le reazioni non si sono fatte attendere. Secondo il Foro valenziano della Famiglia, l’eliminazione dei 2.500 euro dimostra che il governo considera i figli come «un’imposta di lusso», mentre la Federazione spagnola famiglie numerose denuncia l’abbandono nel pieno della crisi, nonostante le famiglie siano «le uniche che possono rendere dinamica l’economia».«Non è facile per il governo approvare queste misure, ma sono neccessarie», ha ammesso Zapatero, mentre l’opposizione in aula gridava: «Dimissioni, dimissioni!». Dall’Italia, Berlusconi – attraverso una nota – ha espresso apprezzamento per le misure anticrisi annunciate in Spagna.