Economia

LA PARTITA DECISIVA. Letta all'Ue: incentivi-lavoro fuori dal deficit

Marco Iasevoli mercoledì 13 novembre 2013
L'Italia incassa un riconoscimento da Hollande, Merkel e altri 22 leader europei: sarà Roma, nella prossima primavera - forse ad aprile -, a ospitare il terzo vertice intergovernativo sul lavoro. Un summit delicato, perché arriverà poche settimane prima del voto per l’Europarlamento: dovrà dunque avere risorse e contenuti forti per convincere un’opinione pubblica sempre più euroscettica. Il premier Letta e il ministro Giovannini sono volati ieri a Parigi, dov’era prevista la terza conferenza svoltasi da giugno a oggi, con il chiaro intento di portare a casa questo risultato politico, considerato un riconoscimento del lavoro sinora svolto dal governo italiano. «La disoccupazione è un incubo per l’Italia e per l’Europa», dice dall’inizio del mandato e ha ripetuto anche ieri Letta. E l’arrivo a Roma, la prossima primavera, dei grandi d’Europa, è «un successo e una grande occasione», oltre che «un segno di fiducia nei nostri confronti». Come del resto attestato dai "complimenti" arrivati all’esecutivo da gran parte della maggioranza.Ma il presidente del Consiglio italiano e il ministro del Lavoro ne hanno approfittato per rimettere sul tavolo un’idea da tempo accarezzata: quella di considerare la spesa per favorire l’occupazione alla stregua di "investimenti produttivi", dunque non computabili (in tutto o in parte) nel calcolo del deficit, nella fatidica soglia del 3 per cento. Un meccanismo del genere già è adoperato per la spesa in infrastrutture (proprio oggi l’Italia dovrebbe incassare un bonus di 3 miliardi), ma Roma vorrebbe estenderne i confini. Così come si fa sempre più intenso il pressing su Bruxelles per rimpinguare le misure sul cuneo fiscale con i fondi strutturali sinora inutilizzati e a rischio di essere persi. È un negoziato politico che dovrà avere un momento di riscontro forte nel Consiglio Ue di dicembre.Quanto a ieri, il confronto tra i 24 ministri del Lavoro e tra i premier si è concentrato sull’avvio, l’1 gennaio, della cosiddetta "garanzia giovani". In sostanza, dall’inizio del 2014, ogni Stato membro dovrà mettere in campo iniziative per favorire i tirocini e gli apprendistati, per potenziare i centri per l’impiego (che oggi in Italia intercettano il 3 per cento della domanda-offerta di lavoro), per rafforzare l’orientamento scolastico. Roma, con il decreto di giugno, la semplificazione sull’apprendistato, le misure per giovani, donne, over 50 e con il primo cuneo varato nella legge di stabilità si è guadagnato il ruolo di "capofila" insieme a Germania e Francia (che hanno ospitato i primi due vertici). A quanto riferito ieri dal ministro Giovannini, il "piano giovani" italiano è definito, ma sarà inviato a Bruxelles entro fine mese. A gennaio, dunque, l’Italia dovrebbe essere pronta ad utilizzare i primi 530 milioni di fondi europei destinati allo scopo. Nel complesso Roma ha incassato, nel tumultuoso Consiglio Ue di giugno, 1,5 miliardi da spendere entro il 2015.
Il presidente della Commissione Ue, Barroso, ieri però si è fatto sentire, chiedendo agli Stati membri di inviare «con urgenza» i loro piani (finora l’hanno fatto solo Repubblica Ceca, Croazia, Lituania, Lussemburgo, Polonia e Slovacchia), anche per non lasciare, con la loro inerzia, campo libero ai «populismi».
L’accelerazione dunque sembra esserci, sebbene motivata da paure politiche ed elettorali. Anche da Angela Merkel ieri sono venute parole rassicuranti: «Il destino dell’Europa si decide in base alle prospettive che offriamo ai giovani», ha detto la cancelliera tedesca. Mentre il padrone di casa, Hollande (il 20 a Roma per un bilaterale che avrà al centro anche la Tav), ha ribadito l’impegno a utilizzare al meglio le risorse europee nei due anni previsti.