Economia

INTERVISTA. Vaciago: «Tornare a crescere è l'unica via d'uscita»

Francesco Riccardi venerdì 7 maggio 2010
«Di quale crisi parliamo: del Portogallo o della Spagna? Perché ormai quella greca è notizia vecchia». Giacomo Vaciago, docente di Economia politica all’Università Cattolica di Milano, scherza ma non troppo.Il contagio dunque ci sarà?Da sei mesi sappiamo che la Grecia è messa male. E certo le difficoltà di Portogallo, Spagna, Irlanda e pure le nostre non le scopriamo ora. Nello scorso decennio c’è stata negli Usa e in Europa un’ubriacatura da debito – pubblico e privato – al quale si è sommata ora la massa di debiti pubblici contratti per salvare le banche dalla crisi finanziaria. E i nodi vengono al pettine.Colpa dei governi o i greci e gli altri europei hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità?Entrambe le cose. Si è governato in maniera irresponsabile, ad Atene truccando i conti e distribuendo fette di una torta che non si era cucinata. Per fare un esempio: non si può concedere la pensione di reversibilità anche alle figlie nubili maggiorenni, così come non si può far crescere l’indebitamento solo per coprire una maggiore spesa in salari pubblici. E questo è successo anche da noi.Una volta si svalutava la moneta, il debito di fatto calava e si recuperava competitività sui mercati internazionali. Con l’euro non si può più...Esatto, l’euro è calato, ma appena del 3% non del 30% come sarebbe stato necessario alla Grecia. E i Paesi dell’euro si trovano nella condizione di non poter nemmeno fallire. Sono come un’azienda nella quale un socio impedisce all’altro di fallire, di accedere a un concordato preventivo per ristrutturare i debiti. Il nodo è che strumenti facili non ce ne sono più, restano solo quelli dolorosi: stringere la cinghia, tagliare la spesa e i salari, recuperare produttività, crescere in maniera non drogata.Ma come si riduce la spesa e si riparte, mentre si è in una crisi così forte?Per diventare più ricchi non c’è boom edilizio che tenga, né trucchetti: prima o poi tutte le bolle scoppiano. Occorre invece mettere in moto il cervello, fare innovazione, ricerca di nuovi prodotti, lavorare di più e soprattutto meglio. E attenzione perché è ciò che fortunatamente una parte del nostro sistema industriale ha già capito e fatto. In Italia convivono pezzi di Grecia, di Spagna e di Germania, territori che si sono già rimessi in pista per conquistare posizioni sui mercati internazionali e altre parti che invece si trastullano con l’idea che con un po’ di spesa in più ci si salverà.Ecco: noi ci salveremo o ci saranno tensioni come in Grecia?Dipende. Siamo nella lista, nonostante un deficit relativamente sotto controllo, abbiamo un debito pubblico enorme, pari al 118% del Pil. Ciò che conta veramente è dare risposte credibili sulla sostenibilità di quel debito. I mercati vogliono sapere quanto cresceremo e se riusciremo ad avviare un percorso che almeno tenda ad abbassare il debito verso il 60% del Pil. Quando i debiti si contraggono per fare un investimento produttivo non c’è problema. Ma se si avverte che questo debito è per finanziare la spesa corrente, allora sono guai. Perché per il momento la montagna di debito pubblico degli Usa o che sta in Asia non preoccupa? Perché l’America è tornata a crescere del 3,5% e l’Oriente del 7%. In Eurolandia e in Italia si viaggia come previsione tra lo 0,8 e l’1% di aumento del Pil per il 2010. Dobbiamo quindi anzitutto tornare a crescere.Le agenzie di rating stanno operando in maniera ambigua?Non credo che da parte delle agenzie ci siano oscure manovre, altrimenti sarebbero da galera. Penso piuttosto che abbiano sbagliato molto a valutare le situazioni passate e che oggi, per "coprirsi", siano anche più severe del dovuto. Errori da ignoranza, come nel caso di oggi: le nostre banche non sono affatto a rischio e bene ha fatto Bankitalia a puntualizzarlo subito.