Economia

EMERGENZA LAVORO. L'uscita dalla crisi? Si gioca su 151 tavoli

Diego Motta giovedì 12 settembre 2013
Su quanti tavoli si gioca l’uscita dalla Grande Crisi? Centocinquantuno. Tanti sono i negoziati aperti al ministero dello Sviluppo economico, cresciuti neanche tanto silenziosamente nell’ultimo periodo. L’elenco delle imprese che vi partecipano, insieme ai rappresentanti sindacali e alle controparti istituzionali, è sempre più lungo: c’è la grande impresa nazionale sorpresa dai tempi lunghi della recessione, la multinazionale che ha smesso da tempo di scommettere sul nostro Paese e magari licenzia il personale via fax, il simbolo del made in Italy penalizzato dalla globalizzazione. I posti di lavoro a rischio sono decine di migliaia e l’allarme più grande  riguarderà soprattutto il 2014, quando finiranno i fondi già stanziati per gli ammortizzatori sociali e (si teme) alla porta del governo busseranno i grandi gruppi del manifatturiero italiano.Il fattore tempoI settori più colpiti sono l’automotive (componentistica compresa) la siderurgia e le telecomunicazioni, senza dimenticare il mercato degli elettrodomestici e la filiera del tessile-moda. La mappa delle ristrutturazioni aziendali in corso si arricchisce purtroppo di mese in mese da Nord a Sud, in una geografia del disagio sociale che accomuna vertenze storiche, come quelle di Alcatel e della Vynils, a negoziati assai più recenti, come è accaduto nel caso della Berco e di Indesit. Intorno alle grandi città si concentrano i piani di riorganizzazione dell’Information communication technology, con le telenovele ancora in corso di Nokia-Siemens in Lombardia e storie irrisolte tipo la Videocon nel Lazio.L’industria pesante fa la sua parte: non c’è solo l’Ilva, da cui dipende il futuro dell’acciaio nel nostro Paese e la sopravvivenza economica dell’intera area tarantina; vanno ricordati anche Fincantieri nel settore navale e il settore ferroviario, dove compaiono i nomi di aziende come l’Alstom, l’Ansaldo Breda e la Keller. Neppure i settori dell’energia e dell’edilizia sono esclusi, visti i piani annunciati di recente da Eon e Italcementi. Ci sono tavoli che non finiscono mai: vengono aperti, chiusi, poi ancora riaperti. Sono i tavoli permanenti, convocati tre governi fa e che ancora tengono banco. Ci sono tavoli che invece sono l’inizio della fine, il preludio all’amministrazione controllata e al fallimento. «È come quando un paziente è malato: bisogna saper intuire per tempo i sintomi di malessere e intervenire» spiega Giampietro Castano, responsabile dell’unità di gestione delle crisi aziendali presso il ministero dello Sviluppo economico. Attendere troppo prima di aprire una vertenza può essere dannoso: meglio è se si muovono sindacati e proprietà insieme, senza aspettare che la convocazione arrivi direttamente dal governo.Il peso del territorioNeppure le produzioni che una volta si sarebbero definite di nicchia si sono mostrate al riparo dai venti di crisi: prendete la ceramica, dal "big" Ideal Standard alla piccola Cesame di Catania, oppure la carta, dalla Reno De Medici alle Cartiere Burgo. Segnali di arretramento giungono anche dall’agroalimentare: hanno aperto vertenze al ministero, aziende del Mezzogiorno come il Pastificio Amato e l’Avicola Molisana, così come nel Nord Italia a Novara il gruppo Santi. «Solitamente al Sud è possibile erogare quote di fondi europei importanti a favore delle grandi aziende – spiega Castano – mentre gli aiuti per le aziende settentrionali sono più limitati. Poi conta il territorio: la collaborazione con le Regioni, ad esempio, è fondamentale nei campi della formazione e della riqualificazione professionale dei lavoratori». Mentre il peso dei manager sembra diminuire, in una fase come questa di (possibile e lenta) inversione di tendenza, può assumere un ruolo decisivo l’imprenditore che sa sbloccare l’impasse mettendo sul piatto risorse e flessibilità nelle politiche occupazionali. «Col tempo sono diventati più numerosi i casi difficili da risolvere – confessa il coordinatore delle vertenze del ministero – eppure riunire le parti sociali e farle ragionare insieme rappresenta un valore aggiunto, perché tutto questo facilita l’individuazione dei problemi e delle soluzioni». A patto ovviamente che tutti i protagonisti seduti ai 151 tavoli si impegnino poi a rispettare le regole del gioco.