Economia

Tecnologia. Usa e Taiwan "nemiciamici" nella partita globale dei chip

Elena Molinari, inviata a Taiwan sabato 24 dicembre 2022

Nella lotta fra Usa e Cina per il primato militare, commerciale e tecnologico nel Pacifico c’è la gara degli arsenali, giocata al ritmo di gigantesche navi cariche di missili spedite da Washington a Taiwan in previsione di una possibile invasione cinese. E c’è la guerra dei chip, che si gioca su dimensioni microscopiche, inferiori persino alla taglia del virus del Covid. Qui la partita si fa più complessa e gli interessi di Washington e di Taipei non sono sempre allineati. Ma anche su questo fronte il rischio di uno scontro, diretto o indiretto, è altissimo, con conseguenze devastanti su scala globale.

L’industria dei semiconduttori taiwanesi si trova infatti al centro sia di un tiro alla fune tra Washington e Taipei sia della nuova guerra fredda tra Cina e Stati Uniti. Taiwan vede il suo dominio nel settore come una garanzia di sicurezza, il suo “scudo di silicio”, come lo chiama, che assicurerà il soccorso degli Stati Uniti in caso di attacco cinese. «Essere un attore globale chiave nei semiconduttori rende Taiwan più sicura e protetta », dice ad Avvenire il ministro dell’economia Wang Mei-hua. Ma la determinazione di Taiwan a mantenere quante più possibile “fabs” (fabbriche di chip) sull’isola e di vendere i suoi semiconduttori a tutto il mondo, Cina compresa, si scontra con gli obiettivi strategici degli Stati Uniti. Washington sta infatti cercando sia di tagliare Pechino dalle forniture di semiconduttori avanzati sia di ridurre la propria dipendenza da Taiwan.

La carenza di chip innescata dai lockdown della pandemia, il desiderio di Washington di rallentare la Cina nella sua ricerca della leadership tecnologica e i timori che Pechino possa impossessarsi di Taiwan con la forza stanno catalizzando gli sforzi degli Stati Uniti di rilanciare la produzione di semiconduttori in patria. Uno dei mezzi per arrivarvi è usare il proprio peso come principale alleato di Taipei per convincere le sue principali aziende, in particolare la leader Tsmc, a trasferire stabilimenti negli Stati Uniti. A Taiwan per il momento conviene assecondare le richieste Usa. Ma fino a un certo punto. Tsmc sta infatti costruendo una fabbrica in Arizona che dovrebbe iniziare la produzione nel 2024. Ma l’impianto non ha né le dimensioni né il livello tecnologico delle più recenti fabbriche di Tsmc a Taiwan, dove l’azienda sta costruendo una fabbrica per chip N2 (di 2 nanometri), l’ultima generazione.

«Il cuore e il cervello della produzione di microchip mondiale resteranno qui per molto tempo — confida ad Avvenire il 76enne Robert Tsao, fondatore di Umc —. Operare una fonderia di chip altrove sarebbe molto meno competitivo». Un’altra arma che gli Stati Uniti hanno sfoderato per raggiungere il loro obiettivo di primato e autonomia tecnologica è la guerra fredda hi-tech contro la Cina. Gli Stati Uniti hanno bloccato per legge le esportazioni di apparecchiature per la produzione di chip in Cina e limitato le vendite di semiconduttori nella Repubblica popolare, per impedire a Pechino di ottenere tecnologia competitiva.

Le implicazioni geopolitiche e commerciali sono enormi. La prima è che potrebbe rendere più interessante per Pechino impossessarsi con la forza delle fabs di Taiwan. All’origine di questa matassa di interessi c’è l’ascesa meteorica dell’industria dei chip taiwanesi, soprattutto di Tsmc e Umc, negli ultimi 30 anni, resa possibile dalla loro scelta di concentrasi sulla produzione di semiconduttori progettati da altre società. L’efficienza e il risparmio di questo modello hanno spinto la maggior parte dei produttori di chip a esternalizzare la fabbricazione a Taiwan, che ora detiene il 92% della capacità di produzione globale dei chip più avanzati. Apple e Amd (Advanced Micro Devices, che vende il 40% dei cervelli dei computer mondiali) hanno in Tsmc il loro unico fornitore: una scelta estremamente rischiosa. Apple potrebbe chiudere se Tsmc, per qualsiasi motivo, smettesse di sfornare semiconduttori. Anche Intel, che ha invece continuato a produrre chip, ha perso gradualmente terreno nei confronti delle aziende taiwanesi, che hanno conquistato il mercato dei chip utilizzati dai fornitori di servizi cloud come Google.

Le preoccupazioni per la forte dipendenza degli Stati Uniti da Taiwan sono elevate a Washington, al Pentagono come al dipartimento al Commercio, e hanno spinto il Congresso Usa a muoversi rapidamente. Lo scorso agosto ha stanziato 280 miliardi per sovvenzionare la ricerca e la manifattura di semiconduttori made in Usa. Ma le fabs che Intel, Tsmc e Samsung stanno costruendo negli Stati Uniti sono per chip avanzati e supporteranno principalmente (e solo in parte) l’industria dei computer, degli smartphone e dei server, lasciando scoperte le case automobilistiche che utilizzano chip meno avanzati. Ci vorrebbero almeno 20 anni e investimenti multipli di quelli già approvati per trasferire l’intera filiera produttiva taiwanese negli Usa.

L'interno di una fabbrica di chip della coreana Samsung - Samsung

Tsmc e Umc sanno che gli Usa non scalzeranno presto il loro primato. Ma, paradossalmente, sanno anche che la diversificazione geografica potrebbe a un certo punto diventare necessaria. Sta diventando sempre più difficile per le aziende dell’isola trovare le migliaia di ingegneri necessarie per far funzionare le loro fabbriche. E presto Taiwan potrebbe non essere in grado di fornire abbastanza acqua ed energia per espandere la produzione. Se la Cina dovesse imporre un blocco navale limitato e non violento a Taiwan, inoltre, gli Usa e altri Paesi potrebbero evitare di sostenerla proprio per paura che un’escalation porterebbe a un’interruzione permanente o alla distruzione delle forniture di chip.

In quel caso lo scudo di silicio sarebbe controproducente per la sicurezza di Taiwan. L’equilibrio che Taiwan sa cercando di stabilire sul fronte dei semiconduttori è dunque delicato. « Mantenere al sicuro la nostra industria è importante — dice ancora Tsao — ma non può diventare un’arma di ricatto. Dobbiamo cooperare con il resto del mondo, a partire dagli Stati Uniti, e mantenere la loro buona volontà nei nostri confronti».