Economia

Bruxelles. L'Ue all'Italia: servono sforzi aggiuntivi

Giovanni Maria Del Re lunedì 2 giugno 2014
La Commissione Europea chiede "sforzi aggiuntivi" per la riduzione del debito ma il governo può tirare un sospiro di sollievo: all’ultimo momento è saltata la bocciatura formale della richiesta italiana di rinviare di un anno il pareggio di bilancio in termini strutturali (e cioè al netto di fattori ciclici e una tantum) dal 2015 al 2016. Parliamo delle "raccomandazioni Paese" che la Commissione ha pubblicato ieri a Bruxelles per tutti e 28 gli stati membri (per l’Italia sono in tutto otto) e che dovranno essere ora confermate dall’Ecofin del 20 giugno. A fare pressioni sul commissario agli Affari economici Olli Rehn - appena rientrato dal congedo elettorale e prossimo alle dimissioni, visto che dal 1° luglio sederà al Parlamento Europeo - è stato anzitutto il collega italiano Antonio Tajani. Che Rehn non sia entusiasta del rinvio, però, lo ha fatto capire lui stesso: «Rimandare gli obiettivi di medio termine – ha detto – non pone l’Italia in una buona posizione nei confronti delle regole che essa stessa ha sottoscritto e che ha inserito nella Costituzione».Rimane però l’avvertimento: nel 2014 l’aggiustamento strutturale dello 0,1% del pil è ancora troppo lontano dallo 0,7% chiesto da Bruxelles per rimettere l’Italia su un sostenibile percorso di riduzione dell’elevatissimo debito. In termini puramente matematici questo gap dello 0,6% del Pil vale 9 miliardi di euro, ma per ora Bruxelles evita cifre e anche riferimenti a una possibile manovra aggiuntiva. La sostanza è però chiara: «L’Italia – dice Rehn – deve fare sforzi strutturali adeguati per affrontare il suo alto debito che è la sua principale vulnerabilità». E nel testo si dice che sono «necessari sforzi addizionali». Questo vale soprattutto per il 2015, per il quale «gli obiettivi di bilancio non sono sufficientemente dettagliati». Non si dice altro. Del resto, spiegano fonti comunitarie, si deve tener conto di vari fattori, dall’andamento del Pil agli spread, dalla spending review alle privatizzazioni, che dovrebbero avere un gettito dello 0,7% del Pil l’anno tra il 2014 e il 2017. Termini sostanzialmente prudenti, anche perché, ha detto ancora Rehn, «siamo consapevoli che la ripresa in Italia è ancora fragile. Nel caso l’Italia ritornasse in recessione, le nostre regole fiscali ci permettono di riconsiderare le nostre richieste di aggiustamento di bilancio». Una cosa però è chiara: a meno di una nuova recessione, se anche nel 2015 l’aggiustamento strutturale resterà lontano da quanto auspicato potrebbe scattare una procedura per debito eccessivo. Deciderà, quindi, la prossima Commissione.Bruxelles ha comunque rinunciato alla procedura per squilibri eccessivi, su cui era scattato un allerta a marzo per Italia, Slovenia e Croazia. Per tutti e tre i Paesi, ha detto Rehn, «abbiamo rilevato che i programmi nazionali affrontano adeguatamente le principale sfide». Almeno sulla carta, perché, all’atto pratico, in Italia le riforme sono ancora in massima parte da fare. Anzitutto sul fronte fiscale: l’azione sul bonus da 80 euro è definita «piuttosto limitata», nelle raccomandazioni si chiede una riforma dell’Iva, una maggiore tassazione dei consumi, e una più incisiva lotta all’evasione. Si chiede inoltre di «migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione» e «l’efficacia delle misure anticorruzione». Cruciale è poi la riforma del mercato del lavoro, giudicato ancora troppo «segmentato» a danno soprattuto di giovani e donne. C’è pure un capitolo di cui parla molto anche Matteo Renzi: la scuola. Bruxelles vuole maggiore meritocrazia per i docenti e l’attuazione del sistema nazionale di valutazione scolastica. Importante, infine, che si «approvi la legge sulla semplificazione dell’ambiente normativo», aprendo inoltre il mercato in settori ancora troppo protetti - professionisti, servizi locali, assicurazioni, poste, carburante. Per il governo, insomma, c’è ancora molto da fare. E la conferma viene da Berlino: per il portavoce di Angela Merkel «è un buon consiglio attenersi alle regole stabilite insieme, e questo riguarda anche il Patto di stabilità».