Economia

Studio. Così il lavoro agile riduce il divario di genere

Redazione Romana mercoledì 17 marzo 2021

Il lavoro agile potrebbe incrementare l'occupazione femminile

Indubbio è che la crisi economica abbia colpito maggiormente donne e giovani. Oltre il 55% dei lavori persi nel 2020 erano di donne come evidenziano gli ultimi dati Istat: vittime collaterali della pandemia perché impiegate nei settori messi in ginocchio dalle misure emergenziali come il turismo e la ristorazione. Lavori sommersi, impieghi con contratti deboli, part time, stagionali o temporanei: la pandemia, come la bassa marea ha reso evidente la condizione del lavoro femminile. Le donne sono spesso escluse dai percorsi di carriera apicale perché i ruoli di cura nel privato le costringono a rinunciare al tempo pieno e retaggi culturali stratificati le relegano a ruoli subalterni.

Ma un dato è certo: le donne che hanno perso di più sono quelle che non avevano la possibilità di fare smart working. Il lavoro agile può avere un ruolo chiave quale strumento di riduzione del divario di genere e occupabilità delle donne. Questo documento mette alcuni dati chiave raccolti nel corso degli scorsi mesi su un campione di 37mila lavoratori dall’ufficio studi di Variazioni sullo smart working e ne evidenzia l’impatto sulle donne.

A un anno dal confinamento, lo smart working per molti è diventata la normalità. Sono stati oltre 6,6 milioni gli italiani che dalla fine di febbraio 2020 hanno lavorato da casa e continuano a farlo anche adesso. La metà di questi sono donne che, insieme agli uomini hanno scoperto vantaggi e criticità del lavoro da casa. Una presa di consapevolezza di massa.

Il lavoro agile è stato sperimentato in misura uguale da uomini e donne e, la maggior parte, l’84% (dato Variazioni su un campione di oltre 37mila interviste a lavoratori e manager) alla domanda, saresti favorevole a proseguire il lavoro agile risponde: sì, vorrei continuare a lavorare smart. Il lavoro agile non ha affatto creato una questione femminile e ricacciato le donne tra le mura domestiche, come emergerebbe da alcune letture sul gap di genere durante il lockdown. Emerge chiaramente che lo smart working diffuso e generalizzato abbia in realtà generato un contesto più equo livellando le differenze di genere, distribuendo più equamente le mansioni di cura e domestiche, tra uomini e donne. Se la stragrande maggioranza dei lavoratori non rinuncerebbe più al lavoro agile, le donne lo chiedono di più degli uomini sono solo il 2% in più: una differenza minima che senz’altro non giustifica una lettura del lavoro agile come un fattore di appesantimento dei carichi e delle responsabilità delle donne. Ulteriormente confermato da un altro dato: la qualità della vita. La qualità della vita delle donne lavoratrici è rimasta costante, migliorata o aumentata per l'81% delle intervistate. Questo naturalmente è un'analisi al netto del disagio da lockdown e dall'incertezza diffusa dovuta all'emergenza sanitaria. Il tempo dedicato alla famiglia in generale è aumentato per entrambi i sessi: infatti anche prima del confinamento, tra i lavoratori agili, si registravano quote significative di tempo risparmiato in viaggi. 70 minuti in media risparmiati giornalmente: un quarto veniva destinato al lavoro, ma la metà alla famiglia e il restante quarto per sé stessi, le proprie passioni e la cura di sé.

Uomini e donne dall’esperienza forzata di smart working portano entrambi a casa la stessa lezione: la scoperta della fiducia quale valore fondante il rapporto di lavoro e che lo ha reso più maturo. Un rapporto basato sulla responsabilizzazione e quello che gli anglosassoni definiscono accountability, che ha che fare con l’affidabilità e la capacità di prendersi responsabilità e portarle in fondo. Il lavoro agile costringe tutti a confrontarsi in modo più maturo e l’abbandono del cartellino implica un passaggio da un’organizzazione del lavoro basato sul controllo del lavoratore, a una che punta sulla condivisione degli obiettivi e risultati raggiunti.

Se gli uomini hanno compreso con maggiore dedizione gioie e oneri delle responsabilità domestiche e di cura, l’impatto sulle competenze acquisite è stato ravvisato maggiormente dalle donne: con un punteggio di 7.7 donne vs quello di 7 uomini emerge che il lavoro agile ha offerto la possibilità di migliorare le competenze tecnologiche. In un paese con un forte digital divide e competenze digitali spesso ad appannaggio dei maschi, per retaggio culturale, lo smart working è stato anche un'occasione per ridurre il gap di genere rispetto alle competenze digitali e tecnologiche.

L’esperienza di smart working ha avuto un forte impatto nella riorganizzazione della quotidianità con una distribuzione eterogenea dei carichi di cura. La dimensione famigliare in generale non spaventerà più come in passato. Abbiamo scoperto che si può essere produttivi senza sacrificare passioni, hobby, desideri (studio, sport, famiglia eccetera)

Le analisi dimostrano che lo smart working è di supporto per la conciliazione degli impegni di vita e lavoro. Le donne intervistate dichiarano in misura maggiore di aver esigenze di conciliazione (il 64% delle donne su un campione misto di 37 mila intervistati). Mentre è inferiore la percentuale di uomini a dichiarare di aver esigenze di work life balance: meno di 1 su 2. Per entrambi, la principale esigenza di conciliazione è correlata alla presenza di figli minori di 14 anni in famiglia. Tant'è che la fascia di età che ha maggiormente ravvisato un miglioramento della qualità della propria vita è quella che va tra i 36 e i 45 anni (il 35 % del campione), persone che generalmente, infatti, hanno figli minori e carichi di cura da gestire. A ogni modo, per tutti, donne e uomini parimenti: evitare viaggi e commuting non necessari sono la prima motivazione ad abbandonare per sempre il cartellino.

Detto questo, Variazioni ritiene che l'introduzione di obbligo impositivo dello smart working per le donne, rischia di fungere da deterrente per l'adozione della misura da parte delle aziende e in ultima analisi scoraggiarle. Qualsiasi imposizione creerebbe uno squilibrio di interessi e dunque finirebbe per snaturare il lavoro agile, che è uno strumento virtuoso solo quando allinea gli obiettivi di tutte le parti coinvolte.

Una soluzione auspicabile è l'introduzione di incentivi alle aziende per introdurre lo smart working generalizzato. Non dimentichiamoci infatti, che questo permetterebbe alle donne di condividere maggiormente i ruoli di cura con gli uomini, accelerando quella trasformazione culturale che vede la donna come principale depositaria dei ruoli di cura delle persone e della famiglia.

Lo smart working quindi, sì, aiuta le donne a conciliare i propri ruoli, ma se introdotto come un obbligo impositivo per aumentare l'occupazione femminile, finirebbe per generare l'effetto opposto.

Senza dubbio lo smart working rappresenta un elemento chiave nell'aumento dell’ employability femminile solo se generalizzato e non riservato in via esclusiva ad alcune categorie di lavoratori.

Il lavoro agile è infatti una leva per l'accrescimento delle competenze dei lavoratori, in particolare quelle digitali, arricchendo come sostengono i nostri dati, la professionalità delle donne e quelle dei giovani.

Lo smart working poi ridurrebbe il ricorso a forme di lavoro come il part time, rimettendo le donne in corsa per l'assunzione di ruoli di maggiore responsabilità e più apicali, creando quindi le premesse per ridurre anche l’elevatissimo gap di genere nei ruoli chiave delle aziende.

Lo smart working del futuro dovrà essere per scelta, libero e adottato in forma autentica: ovvero agile e flessibile e reversibile per poter rispondere sia ai bisogni delle persone sia alle esigenze delle aziende, portando vantaggi a entrambi e alla comunità in cui sono inseriti.

Per le donne è importante acquisire consapevolezza dei propri strumenti e delle proprie competenza, rinforzando le skill digitali. Sono le donne stesse a richiederlo a gran voce, una voce un po’ più forte di quella degli uomini (il 55% vs. 50% degli uomini). Quindi lo smart working deve essere accompagnato dalla formazione.

Quanti giorni alla settimana si dovrebbe fare smart working? Su 37mila persone intervistate, la maggior parte dei lavoratori farebbe smart working oltre tre giorni la settimana, ma sono le donne a rispondere con maggiore convinzione.

Un consiglio per le donne è quello di usare lo smart working per sé stesse, e di sentirsi libere di usare il proprio tempo per prendersi cura di sè, oltre la retorica. La gestione del tempo permette un’organizzazione di fondo più equilibrata e il lavoro agile per questo può essere un potente strumento di emancipazione che mette le donne nella condizione di usare il proprio tempo come meglio credono.