Economia

Standard & Poor's. Crescita stabile, ma le riforme non vanno toccate

Cinzia Arena mercoledì 17 gennaio 2018

L’incertezza politica è una costante che accompagna l’Italia da decenni. Ma questa volta, nonostante la situazione complessa e le previsioni altrettanti difficili, l’esito del voto non dovrebbe avere ripercussioni sul fronte economico. Da tempo lo stato di salute del "sistema Paese" non attraversava una fase così favorevole. La crescita, nonostante prosegua ad un ritmo più blando rispetto al resto dell’Europa, è un dato reale. L’importante è che non si facciano passi indietro sulle riforme strutturali. È questo, in sintesi, il monito di Standard & Poor’s a meno di due mesi dall’appuntamento con le urne. Nel corso della presentazione delle prospettive per 2018 - incoraggianti sul fronte dell’industria, delle banche ma anche del debito pubblico che sia pure elevato tende a ridursi - il capo economista Emea dell’agenzia di rating Jean-Michel Six ha spiegato senza troppi giri di parole che l’instabilità politica è una variabile "stabile" tanto quanto il rating. «Da quando faccio l’economista ci sono elezioni in Italia, sempre incerte... ma l’economia italiana ha sempre continuato ad andare avanti, magari più lentamente rispetto ad altri paesi, ma ha continuato». Six ha spiegato che S&P non commenta i programmi elettorali «ma solo i fatti», limitandosi a ricordare che l’outlook sul rating sovrano dell’Italia è al momento stabile: «un segnale incoraggiante».

A fine ottobre l’agenzia ha alzato di un gradino la valutazione sull’Italia (da BBB- a BBB), assegnando un outlook stabile. La prima promozione da quando produce un rating sul Paese, ovvero da quasi 30 anni. Sul tema elezioni è intervenuto anche il country manager di S&P Roberto Paciotti, spiegando che «la questione chiave è avere continuità» con quello che è stato fatto sinora. In particolare Paciotti ha definito «importante» non disfare le riforme realizzate dagli ultimi governi. «Qualora si insediasse un nuovo governo che tornasse indietro da queste riforme, a meno che ne proponesse di più efficaci, evidentemente questo avrebbe un impatto sulla nostra analisi». Ma per adesso nessuna previsione nefasta. La stabilità normativa, prima ancora di quella politica, è un fattore determinante per l’economia. «Questo perché - ha aggiunto Paciotti - qualsiasi investitore si sente più fiducioso nell’entrare in un Paese che ha già una sua storia, una sua continuità» piuttosto che inserirsi in un contesto di cambiamento.

Attualmente Standard & Poor’s prevede una crescita del Pil italiano dell’1,5% per il 2018 (uno 0,1% in meno rispetto al 2017) e dell’1,3% per il prossimo anno. Per la prima volta dopo anni per l’economia del Paese «l’outlook è davvero convincente e incoraggiante». Una ripresa economica generalizzata e ben visibile. A fare da traino soprattutto la produzione e le esportazioni. «Il piano Industria 4.0 ha aiutato molto e ha sostenuto la ripresa degli investimenti che hanno raggiunto il 9% del Pil» ha spiegato Renato Panichi.Buone prospettive per il settore bancario con l’ipotesi si un risanamento ulteriore del settore. Per Mirko Sanna «il consolidamento è un processo inevitabile». «Dopo le acquisizioni delle venete e delle quattro banche salvate - ha aggiunto - ci aspettiamo che possa continuare. Una volta che la regolamentazione diventerà più chiara anche le acquisizioni amichevoli saranno possibili, soprattutto per le banche di medie dimensioni». Il tasto dolente restano i 275 miliardi di euro di non performing exposure che rappresentano il 17% dei crediti alla clientela. La profittabilità delle banche resta modesta a causa della competizione e dei costi elevati.

«Il settore assicurativo italiano, al contrario di quello bancario, è già estremamente concentrato e le società medio-piccole si sono specializzate in comparti di nicchia» ha detto invece Taos Fudji ipotizzando buone prospettive di crescita per il 2018. «Ci sono quattro grandi campioni internazionali, Allianz, Axa, Generali e Zurich, vediamo se ci sono dei campioni nazionali come UnipolSai che decideranno di diventare operatori transnazionali».