Economia

Ambiente. «Senza l'aiuto della finanza globale non vinceremo la sfida del clima»

Alessandro Zaccuri sabato 19 novembre 2016

Il primo passo, avverte Gaël Giraud, è sempre lo stesso: «Capire da dove nascono i problemi, il resto viene di conseguenza». Gesuita, è capo economista dell’Agenzia francese per lo Sviluppo, direttore del Cnrs – il Centro transalpino per la ricerca scientifica – e membro di numerosi organismi internazionali. Al pubblico italiano è noto grazie al suo innovativo saggio Transizione ecologica, edito da Emi con prefazione di Mauro Magatti (traduzione di Pier Maria Mazzola, pagine 288, euro 16,00) che ha gli assicurato uno dei riconoscimenti assegnati nell’ambito del premio Biella Letteratura e Industria. Se gli si chiede un giudizio sulle sfide che l’Europa di oggi si trova a fronteggiare, Giraud invita appunto a riconsiderare le origini della questione. «I fattori da tenere in considerazione sono almeno due – spiega –. Da una parte assistiamo alla progressiva rarefazione delle risorse non rinnovabili. Il petrolio, certo, il cui costo di estrazione continua a salire nonostante il prezzo al consumo non ne rifletta l’effettiva scarsità per effetto delle speculazioni finanziarie. Ma un discorso analogo vale per i minerali: il fisico italiano Ugo Bardi, nel suo ultimo rapporto al Club di Roma, ha documentato la crescente scarsità di minerali come il rame, la bauxite e altri ancora. Tanto si riduce la disponibilità delle risorse non rinnovabili, tanto il margine di crescita delle nostre economie viene a contrarsi, fino alla stagnazione».

E il secondo elemento?
È il contraccolpo del debito privato derivante dal tracollo finanziario degli anni 20072009. Il sovraindebitamento porta alla trappola della deflazione, rispetto alla quale la maggior parte degli attori privati cerca di agire sulla leva finanziaria. Vendono i loro asset, ma lo fanno tutti o quasi in modo simultaneo, di modo che i prezzi scendono, ma scendendo vengono a svalutarsi più rapidamente di quanto i debitori riescano a contenere il valore nominale del debito stesso. Così il debito reale cresce ancora di più. È un paradosso che il Giappone conosce bene, perché ne è stato vittima più volte negli ultimi vent’anni. Ma anche Spagna e Italia soffrono, almeno in parte, dello stesso problema. La stessa Francia è sull’orlo del fallimento per via di questo meccanismo. Il quadro che ne deriva è fin troppo ovvio: nel 2015 il Pil nominale del mondo si è contratto in ragione del 6%. Insomma, siamo già all’interno di un processo di decrescita, che semina il panico tra i ceti popolari così come nella classe media. E per reazione si elegge qualche leader populista. nel 2008.

Torniamo alla situazione italiana?
Il vostro punto di forza è l’industria, che rappresenta ancora il 14% del Pil: un dato significativo, specie se raffrontato con quelli di Francia e Gran Bretagna, Paesi in cui il peso dell’industria si ferma sotto il 10%. Ma l’Italia gode anche di un altro vantaggio, che viene dal fatto che i due terzi del debito pubblico è detenuto dagli italiani stessi, il che vi protegge da azioni speculative sul debito sovrano da parte di investitori stranieri. Inoltre, a mio avviso, l’Italia è ormai pronta a uscire da quella che definirei l’era Berlusconi. E questo proprio mentre gli Stati Uniti stanno iniziando a vivere il loro incubo politico.

L’Italia avrà anche degli elementi di debolezza,
no?
Sì, ma non hanno a che vedere con il debito pubblico. A fronte di episodi di deflazione, l’eccesso di debito pubblico rappresenta il male minore. Le banche, questo è il vostro vero problema. Ora come ora il Monte dei Paschi è una specie di zombie, la cui sopravvivenza è assicurata solo dagli interventi eccezionali della Banca Centrale Europea. Nel 2015 il Fondo Monetario Internazionale ha dovuto ammettere che il 40% degli istituti di credito europei versava in condizioni di insostenibilità, un dato che ovviamente comprendeva molte realtà italiane. A questo si aggiunge il fenomeno migratorio, che vede l’Italia in prima linea insieme con Grecia e Turchia. Credo che questo sia solo l’inizio di una gigantesca ondata di migrazioni provenienti dal Medio Oriente e dalla regione del Sahel. E sa qual è il motivo?

Me lo dica lei.
La desertificazione, il cambiamento climatico. Nei prossimi decenni la maggior parte delle popolazioni povere di queste aree avranno un accesso molto limitato all’acqua. Ci sono già numerosi villaggi fantasma, abbandonati dagli abitanti dopo che le condizioni di vita si erano fatte impossibili. Quello che state sperimentando in Italia è solo l’avvio di un processo che investirà presto l’intera Europa, ed è proprio per questo che l’Unione dovrebbe spingere per un effettivo coordinamento delle politiche in materia.

Abbiamo imparato qualcosa dalla crisi del 2008? Il mercato oggi è più o meno regolato di allora?

Non è una questione che si possa porre in termini quantitativi. Se ci fermiamo alla superficie, dobbiamo constatare che l’attuale sistema di regole è molto più articolato. Tenga conto che la sola legge Dodd-Frank (approvata dagli Usa nel 2010 per separare e banche di investimento da quelle tradizionali, ndr) conta non meno di duemila pagine. Eppure è proprio questa incredibile deflazione normativa a diminuire l’efficacia dei provvedimenti, fino a renderli inapplicabili. Del resto, molte banche hanno intenzionalmente richiesto che negli Stati Uniti e in Europa le regole fossero sempre più complicate, adducendo a pretesto la complessità del sistema bancario. Ma non è altro che un trucco. La realtà è che oggi siamo ancora meno protetti dagli effetti di un disastro bancario di quanto lo fossimo nel 2008.

Addirittura?
In un documento che ho redatto per il Parlamento Europeo nel 2115 ho provato a valutare gli eventuali costi di una crisi finanziaria nel contesto dell’unione bancaria varata dall’Unione nel 2010. Per quanto abbia cercato di essere ottimista, la mia conclusione è stata che un dissesto di proporzioni analoghe a quelle del 2008 costerebbe diversi trilioni ai contribuenti europei e almeno un trilione di perdite al Pil aggregato dell’Eurozona nell’arco di un biennio. In altre parole, l’unione bancaria europea è già fallita, perché non garantisce alcuna protezione al contribuente.

L’enciclica 'Laudato si’' sta contribuendo a sensibilizzare le istituzioni sulle tematiche
ambientali?
Nel dicembre dello scorso anno Mark Carney, governatore della Banca d’Inghilterra e presidente del Financial Stability Board del G20, ha tenuto un discorso veramente straordinario sul rapporto fra cambiamento climatico e sistema finanziario. È stata la prima volta, per quanto ne sappia, in cui un decisore economico di questo livello si è detto convinto che il cambiamento climatico rappresenti la maggior minaccia alla stabilità finanziaria. Si tratta di una consapevolezza estremamente positiva, perché senza il diretto coinvolgimento degli attori finanziari non potremmo sperare in un sostanziale progresso nella lotta contro il riscaldamento globale. Oggi come oggi l’ostacolo principale per raggiungere l’obiettivo di una società a emissioni zero è il fatto che la maggior parte di quanti lavorano in ambito finanziario si rifiutano di trarre le dovute conseguenze dall’affermazione di Carney. Secondo il New Climate Economy Report, da qui a quindici anni il mondo ha bisogno di investire qualcosa come 90 trilioni di dollari in infrastrutture sostenibili. Stiamo parlando di una cifra pari al 5% del Pil mondiale da destinare ogni anno a interventi di questo tipo. L’economia globale non potrà mai riuscirci, a meno che il settore della finanza privata non si decida a contribuire su base volontaria.

Architettura sostenibile, mobilità alternativa, energie rinnovabili: sono queste le nostre priorità?
Più che mai. In Europa, in questo momento non esiste alcun piano strutturale per l’adeguamento termico degli edifici pubblici. Se un progetto del genere venisse varato, sarebbe possibile creare moltissimi posti di lavoro e, nel contempo, ridurre il costo di importazione del petrolio. Allo stesso modo, dovremmo investire in forme di mobilità alternativa: auto a due cilindri oppure alimentate elettricamente, se non addirittura a idrogeno. Senza dimenticare un altro aspetto fondamentale, quello di un’agricoltura realmente ecologica e sostenibile.

Può dirci qualcosa sulla proposta di un’imposta globale sull’ambiente?
Non più tardi di martedì scorso a Marrakech, nell’ambito della riunione della Cop22, è stata insediata una commissione sui costi sociale dell’inquinamento da carbonio. La guidano due economisti di rango, Nicholas Stern e Joseph Stiglitz. L’iniziativa viene dal Governo francese, per il tramite di Ségolène Royal, e dalla Banca Mondiale. Io stesso sono stato designato come membro di questa commissione insieme con diversi amici e colleghi. L’obiettivo è quello di costituire un gruppo di esperti che fornisca argomenti convincenti per stabilire l’effettivo costo sociale dell’inquinamento. Questo risultato dovrebbe poi essere applicato in contesti differenti, per esempio al momento di valutare il rendimento di un progetto pubblico o perfino privato, ma anche per istituire la famosa Carbon Tax. Il mio auspicio è che ci si concentri sull’ipotesi di un negoziato internazionale per individuare un corridoio di prezzi per i derivati del carbonio. Questo non significa immaginare un unico mercato globale capace di contenere i prezzi. Ma anziché puntare su un improbabile mercato unico, la comunità internazionale dovrebbe provare a coordinare una strategia di opzioni controllate sul prezzo del carbone, e magari anche uno incentivo fiscale.

Quanto è praticabile la via dei beni comuni?
Con il termine 'beni comuni' ci riferiamo a un genere di risorse e di servizi che non sono pubblici né privati. La privatizzazione di questi beni ne determina quasi sempre la scomparsa, come dimostra il caso della pesca in Svizzera e in Guinea. Personalmente ho visitato numerose località della foresta guineana nelle quali l’Agenzia francese per lo Sviluppo sta promuovendo progetti per pescatori e sono rimasto affascinato da come le persone si rifacciano spontaneamente alle stesse regole istituzionali stabilite dal premio Nobel Elinor Ostrom a difesa dei beni comuni. Non stiamo però parlando di un regime destinato alle sole risorse naturali. Il denaro stesso dovrebbe essere considerato un bene comune, ma questo obiettivo non si può conseguire senza un radicale cambiamento dell’attuale sistema finanziario europeo. Nell’Eurozona, in questo momento, il denaro è stato completamente privatizzato, poiché le banche private hanno il potere di creare dal nulla la propria disponibilità monetaria. Questo vale per il Sardex, una valuta che ha corso legale in Sardegna. In Transizione ecologica ho provato a tracciare le linee di questa riforma, per esempio suggerendo di affiancare all’euro altre valute che potrebbero essere create dai popoli e per i popoli. In questo modo il sistema creditizio bancario verrebbe a costituirsi in bene comune.