Economia

I numeri. Se l'Italia fa cancellare il Ceta finisce per farsi male da sola

Pietro Saccò martedì 19 giugno 2018

Il trattato di libero scambio tra Unione europea e Canada, l’ormai famoso Ceta firmato nell’estate del 2017, sarà probabilmente la prima vittima della svolta sovranista dell’Italia. Gian Marco Centinaio, ministro dell’Agricoltura e del Turismo, ha annunciato in un’intervista alla Stampa che il governo chiederà al Parlamento di non ratificare l’accordo. Difficilmente questa richiesta sarà respinta: già lo scorso luglio il Senato aveva rimandato a data destinarsi la ratifica del trattato e con il successo elettorale di Cinque Stelle e Lega il fronte a favore del libero scambio è ormai largamente in minoranza in entrambe le aule del Parlamento.

Il Ceta è in vigore in via provvisoria dallo scorso 21 settembre nella sola parte commerciale, mentre per quella che riguarda la tutela degli investimenti (dove un arbitrato internazionale sarebbe chiamato a risolvere le dispute tra Stati e aziende) la competenza è nazionale. Per come funzionano le regole europee, il no dell’Italia potrebbe fare saltare l’intero trattato. Nell’ottobre del 2016 era stata la piccola regione belga dellaVallonia a mettere a rischio la firma dell’intesa. L’Italia ha un altro peso e, se vuole, può cancellare il Ceta.

Sarebbe una vittoria paradossale. La motivazione offerta dal ministro dell’Agricoltura nell’intervista è piuttosto debole. «Non ratificheremo il trattato di libero scambio con il Canada perché tutela solo una piccola parte dei nostri prodotti Dop e Igp» spiega Centinaio, ignorando però che proprio i consorzi di tutela dei prodotti tipici italiani – associati nell’Aisig, che rappresenta più del 90% delle eccellenze italiane – sono stati tra i grandi sostenitori dell’accordo con il Canada. Se non altro perché, prima del Ceta, Ottawa riconosceva le tipicità dei vini europei, in virtù di un accordo del 2003, ma non per le Dop o Igp alimentari. Con il trattato invece Ottawa accetta di proteggere 176 denominazioni europee, di cui 41 italiane (su 295 Dop e Igp totali del nostro paese).

Protetto quasi tutto l'export Dop e Igp italiano

È vero che che molti prodotti tipici italiani restano eclusi, ma il loro peso è minimo: le Dop e Igp incluse nella lista del Ceta fanno più del 90% dell’export italiano globale di prodotti tipici alimentari, che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita vale complessivamente 3,4 miliardi di euro. Nel caso specifico, il Canada è il settimo maggiore importatore di specialità italiane e assorbe l’1,2% dell’export.

La quasi totalità delle sue importazioni di Dop e Igp italiane consiste in cinque eccellenze del made in Italy: Parmigiano Reggiano, Aceto Balsamico di Modena, Pomodoro San Marzano, Pecorino Romano e Mozzarella di bufala campana. Tutti prodotti naturalmente inclusi nel Ceta e che effettivamente hanno un forte bisogno di protezione all’estero, dove sono spesso selvaggiamente imitati. Un problema che evidentemente non vivono altre Dop e Igp, meno celebri o più difficili da esportare, come la Casciotta d’Urbino o la Castagna del Monte Amiata.

Sulla contraffazione il trattato ha introdotto un’importante misura di contrasto al cosiddetto italian sounding, cioè l’offerta di cibi stranieri che sembrano italiani. I canadesi potranno continuare a proporre mozzarella cheese o parmesan, ma l’origine del prodotto andrà messa in evidenza e sarà vietato usare nomi evocativi del Belpaese o decorare la confezione con richiami all’Italia.

Si superano anche alcuni casi incredibili, come quello del Prosciutto di Parma, che prima del Ceta era costretto a presentarsi in Canada come “the original Prosciutto” perché chiamandolo Prosciutto di Parma i salumifici emiliani violavano il marchio “Parma Ham” registrato dalla multinazionale Maple Leaf, che lo utilizza per un prosciutto tutto canadese. «Dopo vent’anni di contese legali finalmente possiamo usare il nostro vero nome sul mercato del Canada, che per noi vale circa 10 milioni di euro all’anno. È stato un risultato positivo, siamo convinti che nel commercio internazionale si debbano trovare accordi invece di andare allo scontro» spiega Stefano Fanti, del consorzio del Prosciutto di Parma.

I grandi consorzi considerano l’accordo un importante passo avanti e lo difendono nonostante, per alcuni, la delusione dei primi mesi. Ad esempio Grana e Parmigiano si sono visti assegnare solo una piccola quota delle prime 16mila tonnellate aggiuntive di importazione di formaggio in Canada esente da dazi previste dal trattato: i caseifici canadesi hanno fatto pressione per assegnare le quote a formaggi di qualità medio-bassa, come il gouda olandese, dei quali non temono la concorrenza. Ma questi sono i correggibili difetti nell’applicazione di un trattato considerato molto positivamente dagli organismi che tutelano il made in Italy.

Il crollo verticale delle importazioni di grano duro canadese

In realtà non sono le aziende dei prodotti di origine protetta a contrastare contro il Ceta, ma la maggioranza delle associazioni degli agricoltori, con Coldiretti in prima fila. È una dinamica tipica di ogni accordo di libero scambio: con l’apertura dei mercati ci sono settori e imprese che ci guadagnano e altre che ci perdono. Gli agricoltori temono, in particolare, la concorrenza del Canada nel settore del grano e del frumento, di cui il Paese americano è un grande esportatore.

È un timore fondato, come sono fondate le perplessità riguardo l’uso massiccio di erbicidi, in particolare del glifosato, nei campi del Canada. Su questo aspetto conviene però ricordare che l’Europa ha qualche punto fermo, nelle trattative con il resto del mondo: uno di questi è che non si possono fare cedimenti sugli standard di sicurezza alimentare quando si trattano accordi commerciali. Quindi ogni prodotto importato non può avere caratteristiche incompatibili con la legislazione europea. Ad esempio resta il divieto di importazione di carni che non rispettino i nostri standard, come i famigerati “manzi agli ormoni”, o di prodotti agricoli geneticamente modificati così come di qualsiasi cosa che sia sotto gli standard sanitari europei.

Sulla temuta invasione del grano, i primi numeri dell’applicazione provvisoria del Ceta, diffusi a fine aprile dall’ufficio canadese dell’Istituto per il commercio estero italiano e basati sui dati ufficiali riportati da Statistics Canada, dicono che semplicemente questa inondazione di frumento non esiste. Anzi, è proseguita la caduta delle importazioni di grano canadese in Italia, che nell’arco di tre anni si sono dimezzate, scendendo, in valore, da 446 a 173 milioni di dollari canadesi tra il 2015 e il 2017.

Nei primi cinque mesi di entrata in vigore del Ceta, le vendite di grano canadese in Italia sono diminuite del 47% per il grano tenero e del 91% per quello duro. Nello stesso periodo le esportazioni agroalimentari italiane in Canada sono aumentate del 15%, raggiungendo i 581,6 miliardi di dollari canadesi, con un aumento in valore del 18% per la frutta, del 19% per i formaggi, del 52% per il prosciutto crudo e dell’11% per il vino. Certo, la svalutazione del dollaro canadese (quasi -10% rispetto all’euro in un anno) gonfia il dato, ma anche al netto del fattore cambio sono crescite significative.

Il protezionisimo autolesionista dell'Italia

E l’Italia, per fortuna, non esporta solo cibo. Dei quasi 4 miliardi di euro di export italiano in Canada del 2017, contro gli 1,5 miliardi di importazioni, l’alimentare valeva 390 milioni, le bevande 396, mentre i macchinari fanno 818 milioni di export, gli autoveicoli 287 e l’abbigliamento 218. Sono tutti settori che possono beneficiare dell’abbattimento dei dazi e delle semplificazioni burocratiche previste dal Ceta, anche se i primi dati del 2018 – complice anche il rallentamento della crescita globale – non mostrano miglioramenti significativi. Complessivamente, comunque, nei primi tre mesi dell’anno l’export italiano in Canada è aumentato del 3%, a 947 milioni di euro, mentre le importazioni sono calate del 2,7%, a 422 milioni.

Le sorti delle aziende e dei posti di lavoro italiani non dipendono certamente dal successo dell’intesa raggiunta con il Canada, meta di una fetta piccola (solo lo 0,8%) delle nostre esportazioni. La pulsione sovranista contro il libero scambio e i mercati aperti è però una tendenza pericolosa. Il presente e il futuro dell’economia italiana si basano infatti sull’export. Come ricordava qualche giorno fa il rapporto della Sace, l’azienda della Cassa depositi e prestiti che accompagna sotto il profilo finanziario e assicurativo le imprese che esportano, negli ultimi sette anni l’export è stato l’unico componente in crescita del Pil italiano: senza il contributo delle vendite all’estero, il Pil del 2017 sarebbe stato di 6,4% punti più basso di quello del 2010.

Non siamo gli Stati Uniti, che hanno chiuso il 2017 con un passivo commerciale di quasi 800 miliardi di dollari. Al contrario, il nostro bilancio degli scambi nel 2017 si è chiuso con un attivo di 47,5 miliardi di euro. Dovrebbero bastare questi numeri a ricordarci che siamo uno degli ultimi Paesi al mondo a cui potrebbe far bene ingaggiare battaglie protezioniste a la Donald Trump.