Economia

Intervista. Bolla cinese: «Rischio grande stagnazione»

Luca Mazza mercoledì 26 agosto 2015
È scoppiata la bolla cinese. Due giorni fa ha travolto i mercati di tutto il mondo. Ieri, invece, per i listini europei e per Wall Street c’è stato il grande rimbalzo, agevolato dal taglio dei tassi deciso da Pechino. Intanto l’economia del Dragone non cresce più a doppia cifra, ma ora viaggia a una velocità di crociera del 5%. Il prezzo del petrolio è in picchiata. Mentre l’euro si rafforza, a discapito di una moneta americana che si indebolisce. Di carne al fuoco, insomma, ce n’è tanta. E l’abbondanza di elementi in gioco, oltre a non facilitare la comprensione di cosa sta accadendo, fa scattare automaticamente una serie di interrogativi. Ma come può una caduta di un listino di Shanghai avere conseguenze così dirette sull’andamento del dollaro? Davvero le scelte della Banca centrale cinese influenzeranno le decisioni della Federal Reserve o della Bce? La frenata del gigante asiatico rischia di avere ripercussioni negative sulle economie del resto del pianeta? Per rispondere a quesiti come questi e – soprattutto – per poter contare su un quadro il più possibile chiaro della situazione cinese (e della sua evoluzione) ci siamo rivolti a Mario Deaglio, 72 anni, docente di Economia internazionale e profondo conoscitore delle dinamiche orientali. Siamo partiti dalla domande più semplici, per poi arrivare ad analizzare dinamiche complesse come quelle legate alle esportazioni, alla crescita dell’Europa e alle politiche monetarie delle Banche centrali. Professore, che cosa è successo alle Borse cinesi? Non ci sono certezze, si possono fare solo supposizioni. La spiegazione più logica è quella di una proprietà azionaria del Dragone che si è espansa troppo velocemente. Ciò è avvenuto perché 90 milioni di cittadini cinesi hanno iniziato a investire piccole somme in Borsa, creando una fortissima salita dei titoli. Queste persone, una volta che hanno guadagnato abbastanza, hanno iniziato a vendere. E le vendite hanno comportato altre vendite: in Asia, poi in America, infine in Europa. Non credo, insomma, che sia stata una bolla fatta scoppiare intenzionalmente. Nessuno ne aveva un vero interesse. È avvenuta per i cosiddetti 'spiriti animali' che qualche volta sui mercati prendono il sopravvento su tutto il resto. Non vede nessun rischio all’orizzonte? Ci sarebbe un unico e vero pericolo soltanto in un caso. Se una grande banca fosse rimasta immischiata troppo tempo (e con ingenti investimenti) sul mercato cinese. A quel punto, avrebbe subito delle grosse perdite che potrebbero scatenare un effetto domino a partire dagli istituti creditrici della banca in questione e poi, a cascata, su altri soggetti. Ma dalle informazioni attuali e in base ai conti pubblicati finora, questo rischio non ci sarebbe. Per averne un’assoluta certezza non ci resta che attendere le prossime settimane. C’è un collegamento tra il crollo dei listini cinesi e il rallentamento dell’economia reale di Pechino? No, sono due cose distinte. Il valore delle azioni quotate in Borsa delle economie occidentali è dal 40% del Pil in su, mentre in Cina non supera il 15%. Dunque, il peso dei mercati finanziari sull’economia reale del gigante asiatico è molto più basso di quello di tutti i Paesi europei e anche degli Stati Uniti. Come si spiega, invece, la flessione del Pil cinese? Il rallentamento era previsto da tempo. Anzi, forse si è verificato un po’ in ritardo rispetto alle aspettative. Per anni, per diventare una super potenza, la Cina ha seguito una strategia tradizionale, investendo moltissimo nell’industria di base (dal cemento al ferro) e tenendo bassi i consumi. Il governo che si è insediato due anni fa, anche in virtù delle vaste aree di disagio createsi nella popolazione, ha provato a invertire la rotta, spostando le risorse da settori saturi ai servizi interni come la sanità. Non c’è niente di anormale in quello che sta facendo la Cina adesso. Anche noi abbiamo avuto una frenata simile dopo il boom degli anni Sessanta. E poi vorrei sottolineare che il Paese asiatico sta crescendo del 5%, cioè a un ritmo che in Italia non si vede da trent’anni. Come giudica la decisione di tagliare lo yuan? Siamo arrivati alla quarta svalutazione in un mese... Il movimento della moneta cinese è in linea con quello avuto da tutte le valute occidentali. L’euro ha perso il 15% in un anno e nessuno si è sognato di dire che l’Europa è diventata aggressiva. Dal Giappone agli Usa, è stato un continuo gioco al ribasso. Per cui adesso accanirsi sulla Cina perché ha ritoccato all’ingiù i cambi mi sembra una deformazione della realtà. Finora la Cina ha fatto da traino all’economia mondiale. Ora non sarà più così. Chi pagherà il prezzo più alto di questo cambio di scenario? È vero che tutte le economie – chi più, chi meno –, finora hanno beneficiato della crescita cinese. Ma per quelle avanzate l’effetto traino è già diminuito. Adesso, ad esempio, per l’alta velocità, la Cina non ha preso il prodotto finito da Francia e Germania, come magari avrebbe fatto fino a qualche anno fa. Il Dragone ha acquistato soltanto le tecnologie: il resto se lo fa in casa. A soffrire di più saranno coloro che finora hanno venduto materie prime alla Cina (dalla lana al petrolio, passando per i minerali): quindi i Paesi asiatici limitrofi, l’Australia e il Sudafrica. Per la Germania le commesse in corso, essendo lunghe, continueranno. Certo, nel lungo periodo Berlino dovrà trovare delle alternative e magari potrebbe scegliere di destinare le stesse risorse ora impiegate nell’export in Oriente per aumentare la domanda interna. È un discorso valido anche per le aziende italiane? Sì, con una variante. I nostri settori esposti sul mercato cinese sono soprattutto quelli del Made in Italy. Caffè, dolciumi e, in generale, prodotti unitari a basso costo destinati al ceto medio cinese. Dunque, a meno di un violento impoverimento della popolazione e di un livello di disoccupazione devastante, non vedo rischi per le nostre imprese esportatrici nel breve periodo. Passiamo alla politica monetaria. Per ora i vertici delle Banche centrali sono rimasti in silenzio. Il 16 settembre la Fed dovrebbe decidere se alzare i tassi. Cosa c’è da aspettarsi? È una decisione difficile da prendere. È probabile che la scelta venga rinviata in attesa di poter contare su un quadro più nitido. Sul piano operativo, però, mi sembra che le Banche centrali non dispongano degli strumenti adatti per intervenire sull’andamento delle Borse. Questa finanza non è molto trasparente e spesso accanto ai listini ufficiali ci sono i cosiddetti stagni scuri, cioè quei mercati paralleli 'ombra' dove gli scambi avvengono in maniera non regolamentata. Non è un mondo facile da controllare. La Bce potrebbe potenziare il Quantitative easing? Non credo proprio. Anche perché non ce ne sarebbe motivo. Si tratta di una politica controllata e con cui si immettono 60 miliardi al mese sul mercato. Potenziarla o alleggerirla per un crollo della Borsa di Shanghai sarebbe insensato. Dalla Fed alla Bce, passando per la Banca del Giappone o per la Cina che taglia i tassi, negli ultimi mesi, pur con metodi diversi, è stata iniettata liquidità praticamente ovunque. Questa enorme mole di risorse può essere una delle cause della bolla cinese? Non è da escludere. L’erogazione di questa massiccia dose di liquidità in tutto il mondo ha creato parecchi problemi strutturali. Anche perché spesso non ha trovato sfogo nell’economia reale, ma nella creazione di nuovi strumenti finanziari sempre più sofisticati. E a lungo andare tale meccanismo può far sorgere ulteriori complicazioni sul piano economico-finanziario. La Cina rallenta, l’Europa vive una ripresa debolissima e anche la crescita degli Stati Uniti – con i salari fermi – è al di sotto delle attese. Ha ragione chi sostiene che stiamo andando verso il decennio della 'grande stagnazione'? È probabile. Il rischio è quello di vivere quella che negli anni Trenta in America venne definita una stagnazione secolare. Per evitare questo pericolo forse sarebbe opportuno un maggiore intervento pubblico nell’economia. E comunque vanno create infrastrutture adeguate anche nei Paesi più in difficoltà. Detto con altre parole: bisogna costruire le condizioni per uno sviluppo che sia il più globale possibile. E questo è un compito che, ovviamente, non spetta alle Borse, ma ai governi e alla Banche centrali.