Economia

Nel mirino. Il business delle sigarette elettroniche rischia di andare in fumo

Pietro Saccò domenica 22 settembre 2019

Una donna tiene in mano una Juul, il vaporizzatore che domina il mercato del fumo elettronico in America

Le grandi speranze dell’industria del tabacco sul futuro del business delle sigarette elettroniche, dei vaporizzatori e di altri prodotti “a potenziale di rischio ridotto” si stanno sgretolando. Colossi del settore come Altria, Philip Morris International o British American Tobacco contavano di compensare con queste innovazioni il ridimensionamento del mercato globale delle sigarette, ma i governi si stanno muovendo per fermarli.

Vietate in India, ostacolate in Cina, a forte rischio negli Stati Uniti

Mercoledì scorso con un decreto esecutivo l’India ha vietato la vendita di sigarette elettroniche in tutto il Paese, impedendo alle aziende all’accesso a un mercato popolato da 106 milioni di fumatori adulti: l’uso delle sigarette elettroniche, ha spiegato il ministro della Salute indiano, «ha raggiunto dimensioni epidemiche, soprattutto tra i giovani e i bambini». Thailandia e Cambogia le avevano bandite già dal 2014.

Il giorno prima del divieto indiano, Juul, la startup californiana leader del fumo elettronico in America, ha ammesso che la vendita dei suoi prodotti in Cina sui siti di ecommerce Alibaba, Jd e Tmall è stata interrotta senza una spiegazione a pochi giorni dal debutto. Per com’è fatto il “mercato” cinese, è facile sospettare che anche questo blocco sia stato deciso dal governo.

Negli Stati Uniti, l’11 settembre Donald Trump ha annunciato l’intenzione di imporre un divieto in tutto il Paese della vendita di sigarette elettroniche “aromatizzate”. Due Stati, il Michigan e New York, le hanno già fermate, la città di San Francisco ha vietato la vendita di sigarette elettroniche di ogni tipo. Venerdì il colosso dei supermercati Walmart ha annunciato che porterà ad esaurimento i magazzini e poi smetterà di venderle, le tv Cbs, WarnerMedia e Viacom non accettano più la loro pubblicità.

L'esplosione dei fumatori adolescenti in America

Se nessuno in America vuole più avere niente a che fare con Juul e simili è perché le sigarette elettroniche hanno tradito le loro promesse. I produttori le hanno sempre descritte come un’alternativa più salutare al fumo tradizionale e quindi avrebbero dovuto trovare i loro clienti tra fumatori adulti desiderosi di smettere. Invece le hanno comprate gli adolescenti.

Secondo le rilevazioni del Nih, il centro americano sull’abuso di droghe, fuma sigarette elettroniche quasi il 10% dei dodicenni americani, il 14% dei 14enni e il 16% dei 18enni. Secondo i dati del Cdc, il centro per la prevenzione delle malattie, il 40% dei giovani fumatori di sigarette elettroniche non è mai stato un fumatore di sigarette tradizionali.

La diffusione delle sigarette elettroniche tra i più giovani, purtroppo, non è un “imprevisto”. La scelta di proporre aromi dolci, come il mango o la fragola, è sembrata proprio orientata a conquistare gli adolescenti. Una ricerca dell’Università di Stanford focalizzata sulle campagne pubblicitarie di Juul ha concluso che nei primi sei mesi di presenza sul mercato l’azienda ha scelto pubblicità «apertamente orientate ai giovani» e nei due anni e mezzo successivi le sue compagne sui social media «erano diffuse su canali frequentati dai giovani».

Le malattie polmonari legate al fumo elettronico

Dei 530 casi di malattie polmonari riferibili al fumo elettronico rilevate dal Cdc, il 16% riguarda minori e il 67% persone tra i 18 e i 34 anni di età. Ci sono stati 7 morti accertati ma i medici non hanno ancora ben capito che cosa succeda ai polmoni di chi “svapa” o fuma sigarette elettroniche.

In alcuni casi le cellule che rimuovono le impurità dai polmoni erano ostruite dall’olio delle sigarette elettroniche. In altri il sistema immunitario era pesantemente indebolito. In altri è sembrato che sia il corpo a reagire in maniera pericolosa all’inalazione dei prodotti chimici coinvolti nel processo.

Uno studio dell’università la Sapienza di Roma ha riscontrato che il fumo elettronico è meno pericoloso di quello tradizionale per quanto riguarda il rischio cardiocircolatorio. L’Organizzazione mondiale della sanità guarda a queste innovazioni con molto scetticismo e si rifiuta di collaborare con le fondazioni anti-fumo dell’industria del tabacco, come la "Foundation for a Smoke Free World" di Philip Morris International, considerandole «parte di una strategia delle aziende per influenzare l’agenda politica e scientifica» attraverso finanziamenti a governi, università e agenzie internazionali.

Il rischio di un collasso industriale

Con il clima che si è creato, l’intero settore del fumo elettronico – che secondo una stima di Euromonitor precedente alla crisi di questi mesi potrebbe valere 34 miliardi di dollari nel 2021, in crescita del 176% sul 2016 – rischia di collassare nel giro di pochi mesi. Un disastro per giganti come Altria, Philip Morris o British American Tobacco, che ci stanno puntando tutto. Le prime due stanno ragionando se rimettersi insieme per unire le loro capacità sul fumo elettronico, con la prima che nel 2018 ha investito 12,8 miliardi di dollari per prendere il 35% di Juul e la seconda che ha investito molto su Iqos. In Borsa negli ultimi sei mesi Altria ha perso quasi il 30%, Philip Morris il 22%.