Economia

I tagli. Patronati, allo studio ripristino fondi e riforma

Francesco Riccardi venerdì 14 novembre 2014
Al Tesoro si lavora a una soluzione per evitare, o quantomeno attenuare, i tagli ai patronati previsti nella Legge di stabilità.  Il governo si è evidentemente accorto che la riduzione dei fondi non serve a sanare uno spreco, ma finisce per colpire i soggetti più deboli: anziani, disabili, immigrati e cittadini in genere che si rivolgono ai patronati per ricevere assistenza nei confronti della amministrazione pubblica. L’ipotesi allo studio del ministero di via XX settembre prevede una correzione in due tempi. La prima è la riduzione a 'soli' 50 milioni di euro del taglio secco del fondo oggi fissato a ben 150 milioni sui 430 milioni di dotazione complessiva. L’ipotesi, lasciata intendere l’altra sera anche dal premier a 'Porta a porta', sarebbe quella infatti di recuperare altrove 100 milioni. La seconda fase della correzione riguarda l’aliquota di finanziamento. Il fondo dei patronati è infatti alimentato da un prelievo dello 0226% sui contributi previdenziali versati da tutti i lavoratori. La Legge di stabilità stabilisce il calo dell’aliquota allo 0,148% dal 2016 (l’effetto, assieme alla riduzione pure degli anticipi è quello di far lievitare a 298 milioni i tagli complessivi al fondo). In questo caso il Tesoro pensa a una sorta di clausola di salvaguardia: la riduzione dell’aliquota sarebbe infatti subordinata a una mini-riforma dei patronati che da un lato ne riduca il numero favorendo gli accorpamenti, dall’altro ne ridisegni alcune competenze. Su quest’ultimo punto, l’ipotesi allo studio è quello di trasferire dall’Inps ai patronati alcune 'incombenze' il cui svolgimento sarebbe 'remunerato' direttamente dall’ente previdenziale.  I tecnici sono al lavoro, perché la soluzione maturi però occorre ancora qualche giorno. Lo conferma anche un incontro ieri tra il ministro del Lavoro Giuliano Poletti e i rappresentanti di alcuni patronati (Cepa, Cipla, Copas). Poletti ha confermato che «è intenzione del governo riesaminare l’intervento previsto sui patronati, come richiesto anche da diversi emendamenti presentati alla Camera (tra i quali uno firmato da 140 deputati Pd, ndr)», ribadendo però «l’esigenza che si sviluppi, contestualmente, un processo di adeguamento e di riforma dei patronati stessi, nella logica di un’efficiente collaborazione, peraltro prevista dalla legge che regolamenta il settore». Resta da chiarire, però, come si agirà sull’aliquota contributiva dello 0,226%. La legge 152/2001 infatti prevede esplicitamente che non possa essere utilizzata per altri scopi rispetto al finanziamento dei patronati.  «La riforma dei patronati era contemplata già dalla legge di stabilità del 2012, bisognerebbe domandare al ministero del Lavoro perché non è stato fatto nulla finora», commenta Nino Sorgi, presidente dell’Inas-Cisl. Era già previsto infatti l’innalzamento dell’obbligo della presenza di sportelli in due terzi, anziché un solo terzo, di regioni e province; così come l’innalzamento dei requisiti qualitativi e una maggiore rasparenza. «I patronati più strutturati garantiscono già tutto questo. Semmai qualche problema si pone per alcuni piccoli enti, rispetto ai quali evidentemente la politica si è fatta scrupolo di agire finora – conclude Sorgi –. Ma non si dica che si tagliano i fondi per questo e che bisogna ridimensionare il potere sindacale. Perché per legge i patronati sono autonomi dalle confederazioni e l’Inas non dà neanche un euro alla Cisl».