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Economia

Il procuratore. De Raho: «Regolarizzare i lavoratori immigrati per colpire le mafie»

Antonio Maria Mira martedì 21 aprile 2020

Il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho: «In una situazione come quella attuale, trasformarli in forza lavoro regolare sarebbe un doppio risultato, per la dignità di queste persone e per il rispetto della legalità». Con la pandemia, sottolinea il magistrato, la criminalità organizzata «fa proseliti tra i giovani» e, con le sue imprese, «cerca di intercettare i finanziamenti pubblici»

«Regolarizzare gli immigrati che lavorano nel nostro Paese sarebbe veramente il raggiungimento di una duplice finalità. Da un lato si darebbe corpo al senso di umanità che deve sostenere qualunque iniziativa politica e sociale e dall’altro impedirebbe alle mafie di continuare a gestire le difficoltà e le sofferenze di queste persone con la mannaia dell’intimidazione e del condizionamento. E consentirebbe finalmente un lavoro regolare a tutti».

È molto chiara la posizione del procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, di chi è chiamato in questi giorni a presidiare il fronte dei possibili affari delle mafie sull’epidemia. «In una situazione come l’attuale - spiega - in cui nei campi non c’è chi vi lavora, avere l’opportunità di utilizzare una forza lavoro regolare sarebbe un duro colpo al mercato del lavoro sostenuto e controllato dalle mafie». Ma c’è un motivo anche più profondo. «Le persone che lavorano, anche se appartengono a un’etnia o a una comunità diversa dalla nostra, sono uguali a tutte le altre. Fortunatamente la nostra Costituzione prevede l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge. Per questo, lo ripeto, è necessaria la loro regolarizzazione». Anche perché, avverte, «consenso sociale e reclutamento sono i due aspetti che le mafie riescono a cogliere in una situazione di difficoltà economica e sociale come quella attuale». Con i clan che «offrono solidarietà», «fanno proseliti soprattutto tra i giovani », e con le proprie imprese «sono pronte a intercettare i finanziamenti pubblici».

Il capo della Direzione nazionale antimafia: «Allentare i controlli e sospendere il codice degli appalti? Non si può abbassare la guardia. Giusto accelerare i tempi di erogazione dei contributi, ma con verifiche già alla presentazione della richiesta»

Procuratore partiamo da un parallelo. Il 23 novembre saranno 40 anni dal terribile terremoto che devastò Campania e Basilicata. La ricostruzione fu un momento di svolta per la camorra.

È stato il periodo in cui la camorra ha compiuto un vero e proprio salto di qualità. Da camorra violenta sul territorio, con estorsioni e usura, è diventata imprenditrice. Con proprie imprese. Con la ricostruzione acquisisce gli appalti, entra nell’edilizia, dove la spesa pubblica è più alta, assieme alla sanità. Le mafie entrano laddove ci sono più occasioni per intercettare flussi di denaro pubblico. E grazie a una politica che soddisfa i suoi interessi.

Voi magistrati avete lanciato l’allarme sugli affari delle mafie in questa nuova ricostruzione, dopo il 'terremoto' coronavirus.

È addirittura peggiore perché tocca il globo intero e quindi le opportunità per le mafie sono sul mondo. Chi guarda dall’estero soltanto all’Italia pensando che il problema sia solo italiano, non si rende conto che le mafie italiane spesso reinvestono all’estero e vanno alla ricerca dei Paesi dove la resistenza è minore. Ma c’è anche la mafia messicana, canadese, degli Usa, ci sono mafie ovunque nel mondo e sono pronte ad approfittare di questa opportunità. L’esigenza di un livello alto di prevenzione non è solo nostra.

L’Italia può invece insegnare?

Noi lanciamo un allarme molto alto perché abbiamo subito stragi, abbiamo subito l’erosione di una parte della nostra economia e, con le indagini, con la nostra legislazione antimafia, abbiamo potuto smascherare le alleanze, i legami tra mafia e politica. In questo abbiamo dato al mondo un esempio di come si lotta contro la mafia e contro la corruzione. Speriamo che su questa linea ci sia convergenza in Europa e nel mondo.

Però in questo momento ci sono forze politiche che chiedono di allentare proprio queste norme, sia antimafia che sugli appalti, per accelerare la ripresa economica.

Non si può abbassare la guardia. Bisogna necessariamente conciliare due esigenze, quella dell’urgenza degli interventi con quella della prevenzione dalle infiltrazioni mafiose. L’economia deve essere sostenuta perché altrimenti vorrebbe dire metterla nelle mani delle mafie. Ha bisogno di credito, ma non ha i tempi delle indagini. Però nel momento stesso in cui si presenta un’istanza di finanziamento deve partire il controllo.

C’è come un rifiuto dei controlli...

La politica che teme indagini su ogni fatto, ha un approccio totalmente sbagliato. L’imprenditore sano vuole il controllo, perché gli consentirà di non avere il concorrente mafioso, di non rafforzarlo ulteriormente. Un controllo che però sia possibile e effettivo. Non può essere lasciato alle banche.

Chi lo dovrebbe fare?

Servono controlli nel momento stesso in cui viene presentata l’istanza. Non sospensivi ma che accompagnano tutta la procedura. Bisognerebbe prevedere un conto dedicato, un codice identificativo, in modo che tutto resti tracciato, analizzando la composizione dell’impresa, tutto l’organigramma. Questo patrimonio di nomi andrebbe girato alle prefetture e alla Dna. Noi con la nostra banca dati saremmo in grado di fare il lavoro che si fa con le segnalazioni per operazioni sospette. Il sistema, come un frullatore, girerebbe cercando le identità, tirando fuori le positività. Già prevedere dei controlli sarebbe un deterrente per un’impresa mafiosa o contigua, sapendo che comunque passerà allo screening. Servirebbero però delle disposizioni che lo consentano. Per ora non ci sono. Vedremo se ci saranno.

I settori dove le mafie potrebbero tentare un altro salto di qualità sembrano sempre gli stessi: appalti, rifiuti, sanità. È qui che proveranno a fare nuovi affari?

Noi pensiamo a questi, che sono i settori in cui già le mafie si muovono con imprese organizzate, ma, come ho detto, c’è poi il settore dell’intermediazione della manodopera. Vere e proprie società che vengono costituite dalle mafie per essere intermediarie del lavoro. Offrono manodopera a prezzi più bassi. Poi molto spesso dopo due o tre anni chiudono senza aver adempiuto agli oneri tributari e a quelli previdenziali. In questo modo si muovono arricchendosi ulteriormente e nello stesso tempo impedendo ai lavoratori che vengono utilizzati come merce di poter reagire.

Ma questo crea anche consenso. Le mafie che si sostituiscono allo Stato, con una sorta di welfare parallelo che trova lavoro e aiuta chi è in difficoltà.

Questo è un tema di grande preoccupazione. Perché via via che le mafie acquisiscono consenso con un’apparente solidarietà, con alimenti, denaro, lavoro, riescono nello stesso tempo a creare nel territorio in cui operano, quelle coperture, quelle alleanze indispensabili, che consentono nei momenti di difficoltà di avere una parte di popolazione a loro favore. Ci sono, ad esempio, soggetti disponibili a conservare pacchi che chiaramente contengono droga o armi. È la riconoscenza, il corrispettivo che le persone che hanno goduto del sostegno delle mafie poi restituiscono. Poi c’è il reclutamento. Ancor più pericoloso in questi momenti. Nei momenti di difficoltà ci sono giovani disposti a tutto, e pescando proprio tra loro, tra quelli che ritengono meglio utilizzabili, le mafie individuano coloro che svolgeranno il ruolo di sentinella, per consegnare droga o per compiere piccole azioni per le quali non si chiede nemmeno una particolare 'specializzazione'.