Economia

Roma. Referendum sulle trivelle, caos nel Pd

MARCO IASEVOLI venerdì 18 marzo 2016
Adare la notizia è il sito istituzionale dell’Autorità di garanzia per le comunicazioni. Un documento burocratico in formato pdfnominato 'elenco dei soggetti politici' mette in fila i partiti che al referendum del 17 aprile sulle trivelle in mare andranno in tv per sostenere il «si» o il «no». Alla quarta pagina compare il Pd e una posizione, «astensione », che scatena l’ennesimo terremoto politico tra maggioranza e minoranza dem. Non a caso a scovare la notizia è Roberto Speranza, leader della sinistra che vuole sfidare il premier-segretario al Congresso del 2017. «Dove è stata decisa l’astensione? Spero non sia vero, è una posizione che non condivido affatto ». E invece è vero. Anzi, l’astensione è solo un velo per l’autentica posizione del Pd, espressa in una nota dai vicesegretari Guerini e Serracchiani: «Basta bugie, questo referendum è inutile. Non riguarda le energie rinnovabili, non blocca le trivelle (non ce n’è bisogno, in Italia c’è già la normativa più dura d’Europa). Di questo parleremo durante la direzione, ratificando la decisione presa come vicesegretari. Chi vuol dare un segnale politico, fa politica, non spende 300 milioni del contribuente. Lunedì vedremo chi ha i numeri, a norma di Statuto, per utilizzare il simbolo del Pd». Usando un eufemismo, Renzi e Speranza hanno un’idea diversa su cosa sia una 'sinistra di governo'. D’altra parte il premier è il promotore della legge che da un lato consente le trivellazioni in mare solo oltre le 12 miglia, dall’altro concede la proroga delle concessioni già in vigore entro le 12 miglia sino a esaurimento del sito. Va da sé che, da segretario del partito, imponga una linea che non delegittima l’esecutivo. Ma dopo aver letto le parole di Guerini e Serracchiani, dalla minoranza è tutto un distinguersi. Cuperlo invita a «frenare» sulla decisione «autoritaria», altri come Gotor annunciano che voteranno «sì» al referendum. Ma soprattutto diverse regioni a guida dem Basilicata e Puglia in primis - criticano il Nazareno e quell’aggettivo, «inutile», associato ad una consultazione popolare (il referendum è stato proposto proprio dalle regioni, che inizialmente avevano formulato sei quesiti, cinque dei quali bocciati dalla Consulta).  Insomma la direzione di lunedì avrà un’altra pietanza pesante oltre ad amministrative, primarie e Verdini. E la discussione andrà oltre il merito del referendum (l’eventuale vittoria del fronte 'No-triv' avrebbe un effetto concreto tra diversi anni, quando inizieranno a scadere le vigenti concessioni sotto le 12 miglia). Andrà dritto al cuore della diversa linea politica di Renzi e della minoranza. Un altro caso di giornata è emblematico. Dal profilo Twitter del premier viene rilanciato un articolo dell’ Unità in cui si critica la tesi per cui i governi - da Berlusconi a Renzi, passando per Monti e Letta avrebbero tradito il referendum sull’acqua del 2011, in cui vinse il fronte avverso alla privatizzazione.  Il tema è tornato di moda negli ultimi giorni per via della discussione in commissione Ambiente alla Camera su un disegno di legge di iniziativa popolare del 2007: due emendamenti del Pd abolirebbero l’articolo 6 del ddl, che affida la gestione dell’acqua unicamente a enti di diritto pubblico, e lo sostituirebbero con formule più sfumate. Quanto meno le polemiche danno pepe a un referendum che rischia di essere oscurato. E poi la lista dell’Agcom fa scoprire che il Pd è l’unico partito tra contrari e astenuti. Il fronte del «sì» al quesito abrogativo mette insieme invece ambientalisti, sinistra radicale, M5S e Lega. Non pervenuta Forza Italia. È quasi l’anticipo di quanto accadrà a ottobre sul referendum costituzionale.