Economia

I CASI. Da Parmalat a Lehman la serie dei grandi abbagli

Marco Girardo venerdì 7 maggio 2010
l 5 novembre 2009 il Tribunale di Venezia ha respinto la richiesta di una risparmiatrice che perorava l’annullamento di un ordine d’acquisto per 30.000 euro di obbligazioni Lehman Brothers. La motivazione: «Non può rimproverarsi alla banca di non aver previsto il default se neppure le agenzie di rating lo avevano fatto». Difficilmente contestabile. La sentenza, non la mancata previsione.Già, perché alla vigilia del fallimento avvenuto il 14 settembre 2008 i debiti a lungo termine della più famosa banca d’affari al mondo si meritavano una bella «A» per S&P, «A2» per Moody’s e «A+» per Fitch. Un «otto» nel lessico delle pagelle scolastiche. E quella «A» significava (e significa tuttora): «Solida capacità di ripagare il debito». Infatti. Si è trattato di un caso? Circa una settimana prima, il 6 settembre, le due agenzie federali americane specializzate nei mutui-casa Freddie Mac e Fannie Mae chiedevano con l’acqua alla gola che il governo le salvasse dal crac staccando un assegno vicino ai 200 miliardi di dollari. Erano inciampate nell’insolvenza dei clienti subprime e non potevano pagare i loro debiti. Il giudizio delle agenzie in quel momento? Tripla A. Un «dieci», stesso voto che dal 1941 conserva ininterrottamente la prima potenza economica mondiale, gli Stati Uniti. Nel caso del colosso energetico Enron, uno degli scandali della New Economy, il giudizio fu abbassato invece solo tre giorni prima del crollo, per altro senza essere declassato al livello dei cosiddetti «titoli spazzatura». Mantenevano un rating da società «non speculativa», non rischiosa, anche le obbligazioni Parmalat in tasca nel 2003 a migliaia di risparmiatori italiani. «Altamente speculativi» ma non a «rischio considerevole» erano giudicati infine nel dicembre del 2000 i «Tango bond», per i quali proprio in questi giorni il governo di Buenos Aires sta proponendo l’ultima possibilità di rimborso. Sono probabilmente i più famosi casi d’abbaglio in cui sono incorse negli ultimi dieci anni le agenzie di rating. Le quali ribadiscono sempre come il loro lavoro di analisi si basi su variabili relative al passato e quindi non possa garantire in alcun modo una qualche forma di previsione. Una difesa metodologica che richiama il famoso «cigno nero» di John Stuart Mill, Karl Popper e Charles Sanders Peirce: quell’evento imprevedibile che mai si potrà cogliere in un modello previsionale prima che si verifichi. Ma che non possiamo nemmeno escludere a priori per quanti cigni bianchi abbiamo visto nella nostra vita. Il guaio è che i mercati «prendono» i giudizi delle società di rating per scommettere proprio sul futuro di una società o di uno Stato. Dimenticando forse una delle famose leggi di Murphy: «L’assicurazione copre tutto, tranne quel che ti succede».