Economia

RAPPORTO. Piccole imprese: non dateci aiuti ma meno vincoli

Giuseppe Matarazzo martedì 10 febbraio 2009
Più liberalizzazione del mercato, meno bu­rocrazia e la valorizzazione della forza del capitale umano. Sono questi i punti nodali che le piccole e medie imprese chiedono di met­tere al centro dell’agenda politica ed economica di fronte alla crisi che sta mettendo in difficoltà il si­stema produttivo. Posizioni che emergono dal­l’indagine «Sussidiarietà e piccole e medie impre­se », curata dalla Fondazione per la Sussidiarietà e pubblicata da Mondadori Università. Un’analisi dettagliata – su un campione di 1.600 aziende di­stribuite su tutto il territorio nazionale – che dà un quadro chiaro di cosa chiedono gli imprenditori del nostro Paese, i protagonisti della forza del made in Italy nel mondo, di fronte alla crisi. «Mi sembra interessante notare che mentre oggi tutti invocano incentivi e aiuti monetari, le picco­le e medie imprese chiedono libertà. Chiedono di potersi esprimere al meglio, con le proprie forze in un sistema che sia più semplice, più aperto e con una legislazione fiscale che non sia vessatoria co­me quella attuale», commenta il professore Gior­gio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà e fra i curatori del rapporto. I nume­ri sono chiari: il 54,5% delle Pmi vuole più sempli­ficazione amministrativa e fiscale per favorire lo sviluppo; richiesta abbastanza condivisa da un ul­teriore 42,5%. Semplificazione che fa il paio con li­beralizzazione. Il 53% delle imprese vuole più de­centramento, mentre per l’85% il sistema econo­mico non è sufficientemente liberalizzato e si au­spica una maggiore eguaglianza nell’accesso al mercato. Anche sulla contrattazione salariale, gli imprenditori manifestano un bisogno di sussidia­rietà: il 36% delle Pmi vuole una contrattazione sa­lariale decentrata rispetto a quella nazionale ( il 58% è abbastanza d’accordo). Ma c’è un elemen­to al centro della struttura di queste realtà e che sta alla base del rapporto fra imprenditori e lavorato­ri: il capitale umano. «Il valore della persona – sot­tolinea Vittadini – inteso come fattore di sviluppo. Un’alleanza stretta fra imprenditore e lavoratore, dal cui benessere dipende anche il benessere del­l’azienda stessa. La persona insomma è protago­nista della vita economica » . Valutazioni confer­mate dai dati: oltre il 97% è disposto a investire proprio in risorse umane ritenendolo importante anche per migliorare il profitto. Con quali risorse valorizzare il capitale umano? Di certo non con il sostegno fiscale. Per il 96,5% deve avvenire con ri­sorse interne. E con le altre imprese? Qual è il rapporto? Con­correnti, avversarie oppure alleate? C’è un punto su cui oltre l’80% degli intervistati concorda: la pos­sibilità di condividere con i concorrenti attività di ricerca e di sviluppo, e seguire un cammino co­mune di internazionalizzazione. Nuovi scenari in­somma che si potrebbero aprire per le Pmi. Tante risorse e proposte. Tanti obiettivi da raggiungere. Un cammino non facile per realtà – le Pmi – che devono fare i conti con diversi elementi di criti­cità. A cominciare dalle dimensioni del fatturato: il 50% delle imprese non supera i 2 milioni di eu­ro. E poi nei rapporti con l’estero: le nostre picco­le imprese sono ancora poco internazionalizzate (il 79% ha un fatturato estero pari a zero; il 15% produce all’estero tra l’1 e il 39% del fatturato e so­lo il 6% fattura più del 40% all’estero). Anche sul fronte dell’export, nonostante sia un punto di for­za del made in Italy, il 51% delle piccole imprese non esporta. Punti deboli anche gli investimenti per la ricerca e per la formazione: il 39% non spen­de nulla per ricerca e sviluppo, con un 34% che spende fino al 5% del fatturato; per la formazione del personale il 17% spende tra il 5 e il 10% del fat­turato; il 46% investe fino al 5%. Altro nodo da mi­gliorare, il rapporto con le istituzioni con cui le P­mi lamentano troppe difficoltà a confrontarsi. «Cri­ticità – conclude Vittadini – di cui prendono atto le aziende e che vanno necessariamente affronta­te. Dal cambiamento passa la sfida della competi­tività rispetto alle nuove sfide. Per questo le azien­de devono accettare di mettersi in discussione. E questa volontà mi sembra emerga chiaramente».