Economia

L'intervista. «Noi pronti a collaborare sul Rdc, ma dal governo nessuna risposta»

Maurizio Carucci venerdì 22 febbraio 2019

Rosario Rasizza, presidente di Assosomm e ad di Openjobmetis

«Dopo un lungo periodo fatto di non ascolto, esclusione e persino colpevolizzazione, le Agenzie per il lavoro sono tornate a essere accolte e ascoltate in sede ministeriale e in commissione. Ci hanno chiesto di dare un contributo. Ma finora non abbiamo avuto alcuna risposta ». Questa l’amara constatazione di Rosario Rasizza, che ricopre il doppio ruolo di presidente di Assosomm, l’Associazione nazionale che raccoglie le Agenzie per il lavoro, e quello di amministratore delegato (nonché cofondatore) di Openjobmetis Spa, la prima e unica Agenzia per il lavoro quotata oggi in Borsa.

Come mai questo silenzio?
Dopo le accuse di caporalato del tutto incongruenti, considerando la licenza a operare concessa dallo stesso ministero del Lavoro, speravamo che il ritorno al dialogo servisse a mettere a fattor comune i nostri oltre 20 anni di esperienza per pensare a un ruolo attivo in quella che è stata definita la più grande operazione del nostro Paese: il reddito di cittadinanza. Centri per l’impiego pubblici e Agenzie per il lavoro private possono e devono collaborare, con buon frutto per tutto il territorio sul quale essi operano. Già oggi, del resto, avviene così, anche se il contatto con le aziende è per noi più forte, essendo legato a un obiettivo commerciale da soddisfare per continuare a tenere aperte le nostre filiali.

Qual è il suo giudizio sul reddito di cittadinanza?
Lungi da noi l’obiettivo di entrare nella ratio della misura. Ma una volta che il governo avrà stabilito chi deve o non deve avere il reddito di cittadinanza, noi potremmo contribuire in modo molto concreto a fare alzare dal divano chi, per tanti motivi, in questo momento non sta lavorando. L’obiettivo comune è quello di agevolare l’ingresso nel mondo del lavoro a tutte le persone svantaggiate. Purtroppo il reddito di cittadinanza è un sogno che non si potrà realizzare. Alle aziende doveva essere consentito di assumere anche a tempo determinato. Era una possibilità per i disoccupati di fare esperienza. Nella nostra visione, considerato che mediamente il nostro settore incontra 200mila aziende l’anno, il ricorso al contratto a termine anche a tempo parziale, tipico di tanti settori (turismo per esempio), può rappresentare uno sbocco professionale di grande efficacia per i percettori del reddito di cittadinanza.

In Italia, però, il lavoro si trova ancora con l’aiuto di parenti, amici e conoscenti…

È vero. Ben l’87,3% si affida a canali di natura informale. In linea generale, il sistema dei servizi e delle politiche del lavoro è stato messo a dura prova dalla crisi economica. Allo stesso tempo, le profonde trasformazioni in atto nel mercato del lavoro richiedono oggi di investire in sistemi di protezione, formazione e accompagnamento, non solo nelle fasi critiche della perdita di lavoro, ma lungo l’intero arco della vita professionale di un individuo. Il miglioramento dei servizi pubblici per l’impiego e la collaborazione con le Agenzie per il lavoro private rappresenta una condizione necessaria per garantire una maggiore efficienza nell’incontro fra domanda e offerta di lavoro e, al contempo, una leva su cui agire per migliorare i processi di inclusione.

Cosa pensa della figura del navigator?

Nelle Agenzie per il lavoro ci sono ben 15mila professionisti che da anni svolgono il ruolo del navigator. Qui si rischiano cause di lavoro per un precario che dovrebbe collocare altri precari. Forse sarebbe stato meglio tornare a un assegno di ricollocazione o a un voucher per collocare i disoccupati.

Si ha l’impressione che nel nostro Paese manchi l’orientamento e il lavoro nero non possa essere sconfitto…

In effetti dovremmo imitare la Germania per le sue politiche di orientamento e di alternanza scuola-lavoro. Purtroppo vedo dei notevoli passi indietro, che allontanano tanti giovani dal mondo delle imprese. A volte ho l’impressione che il sistema abbia poca capacità e volontà di gestire il diffondersi del lavoro nero. Eppure le leggi ci sono. Possibile che dobbiamo aspettare i morti e far finta di non vedere le baraccopoli costruite in mezzo ai campi? Temo che sia una scelta politica. C’è chi ha paura di applicare la norma e si fa fatica a imporre l’etica e il rispetto delle persone nel mondo del lavoro.