Economia

CRISI. Alla De Tomaso cresce l'allarme per mille lavoratori

Andrea D'Agostino venerdì 4 maggio 2012
​Un altro pezzo di storia industriale italiana che rischia di scomparire. La De Tomaso, la storica società italiana di automobili sportive e di lusso, fondata a Modena oltre cinquant’anni fa dal pilota argentino Alejandro de Tomaso, è a un passo dal fallimento. Ieri è arrivata la notizia ufficiale che la famiglia Rossignolo, che tre anni fa aveva acquisito l’azienda, ha chiesto l’ammissione alla procedura di concordato preventivo - ovvero un accordo con i creditori -, dopo che la settimana scorsa l’assemblea dei soci ha approvato il bilancio in rosso di oltre 20 milioni di euro, deliberando la messa in liquidazione. L’obiettivo è cercare un’intesa per evitare il fallimento. Una strada che sembra segnata, dopo le speranze legate all’arrivo di un socio indiano e poi del Hotyork Group di Hong Kong, di cui però non si è saputo nulla. Quest’ultimo, in particolare, avrebbe dovuto rilevare l’80% della società con un investimento di 500 milioni di euro, grazie al quale la produzione sarebbe partita.Specializzata all’inizio in auto da competizione, dalla metà degli anni Sessanta la De Tomaso aveva iniziato a produrre anche auto e berline in piccola serie, tra le quali una delle più celebri resta la "Mangusta", in commercio fino al 1971 e realizzata in collaborazione con l’americana Ford, senza contare le successive "Pantera" e "Deauville". La produzione è terminata poco dopo la morte del fondatore, nel 2003: sei anni dopo il marchio è stato acquistato dall’imprenditore Gian Mario Rossignolo, che è diventato presidente della nuova De Tomaso Automobili spa.A Grugliasco intanto serpeggia nervosismo, dopo l’assemblea di ieri mattina davanti ai cancelli dello stabilimento. «Le ultime notizie confermano quanto l’azienda aveva già comunicato: quell’avventura è conclusa. Non c’è alcun motivo per aspettare gli eventi, si rafforza la necessità che le parti si ritrovino intorno a un tavolo» ha dichiarato Federico Bellono, segretario generale della Fiom torinese. «Le istituzioni - ha aggiunto - si facciano carico di una convocazione urgente. Il problema è difendere 900 posti di lavoro nell’area torinese. Non ci sono più alibi, serve un’iniziativa forte e trasparente». Oltre al migliaio di lavoratori di Torino rilevati dalla Pininfarina, aggiunge Claudio Chiarle della Fim-Cisl, ce ne sono altri 150 a Livorno. «Il vero problema non riguarda tanto gli acquirenti, ma cosa offrire - spiega -. Il marchio è ormai pignorato e le infrastrutture - capannoni e fabbricati - non ci sono, perché appartengono alla Regione. Cosa può mettere sul piatto Rossignoli? Niente. Non sappiamo neanche a quanto ammontano di preciso i debiti, ma martedì prossimo saremo in piazza a Torino per manifestare contro la chiusura».