Economia

FIAT. Marchionne: non chiuderò stabilimenti in Italia

lunedì 4 febbraio 2013
Sergio Marchionne respinge al mittente la richiesta di confronto di Maurizio Landini, replica ai costruttori tedeschi, e in particolare Volkswagen di cui dice, scherzando, di doversi esercitare al mattino per poterne pronunciare il nome, ma assicura che non chiuderà stabilimenti in Italia, e che la richiesta di un intervento della Commissione europea per tagliare in modo equo la capacità produttiva europea, che altrimenti rischierà di colpire prossimamente la Spagna, non riguarda il Lingotto."La Fiat è fuori dal discorso, abbiamo scelto una strategia tutta nostra". Promette che tutti gli operai oggi in cassa integrazione torneranno in attività entro tre-quattro anni, se possibile "anche più velocemente". E in vista del prossimo governo lancia due messaggi: conservare la credibilità internazionale, e dare la certezza che il Paese verrà gestito. L'amministratore delegato della Fiat risponde per un'ora e mezza alle domande del direttore di Repubblica Ezio Mauro, in occasione della convention sul lavoro promossa dal quotidiano al teatro Carignano di Torino.Racconta la Fiat dei "due mondi", in salute grazie a Chrysler e che pur soffrendo riesce a reggere la grande gelata del mercato europeo: 3,5 milioni di sovracapacità produttiva, cinque miliardi di perdite tra tutti i costruttori, tra cui Peugeot che ha lanciato una sfilza di prodotti che bruciano 200 milioni al mese. A questi ritmi spiega Marchionne la Fiat non reggerebbe più di due anni. Per questo ha deciso "di alzarsi dal tavolo", di aspettare. Sintonia completa con l'azionista: "Senza di loro oggi la Fiat non ci sarebbe", da loro è arrivato in questi anni un sostegno senza esitazione: "La famiglia non ha venduto un'azione in Fiat da quando sono arrivato. Non ha mollato nulla". Sulla stessa sedia occupata il giorno prima dal numero uno della Fiom Landini, e che aveva dato spunto ad una inevitabile battuta su quanto fatto da Berlusconi in tv con Marco Travaglio, Marchionne taglia corto sulle presunte aperture del sindacalista: "Deve fare pace con gli altri sindacati, non puo schierarsi contro la maggioranza dei lavoratori della Fiat". Un confronto su investimenti e modelli? No spiega Marchionne, l'orizzonte delle decisioni del Lingotto va ben oltre l'Italia che conosce Landini: "C'e una differenza fondamentale - dice - nel ruolo del sindacato per come lo vede Landini e per come lo vediamo noi". Niente di ideologico, assicura, magari qualcosa dai toni quasi personali: "Non so quando Landini sia stato eletto segretario generale della Fiom ma fino al suo arrivo noi con la Fiom abbiamo sempre avuto un rapporto eccezionale". "Non ce l'abbiamo con la Uaw che è una delle più agguerrite organizzazioni sindacali, non ce l'abbiamo con la canadese Caw che è ancora più agguerrita degli americani, non capisco perché debba essere un problema di opinioni tra me e la Fiom". Quanto ai 19 esuberi di Pomigliano, con lo scioglimento di Fip, il problema è tecnicamente risolto. E politicamente? domanda Mauro. "Politicamente non lo risolverò mai - replica Marchionne - perché non ho alcun interesse nella politica, sto gestendo l'azienda, il problema per me è risolto". Si rammarica ancora per Fabbrica Italia. Quell'annuncio "è stata veramente un'imbecillagine di quelle di misure eccezionali", soprattuto per il contesto nel quale è avvenuto, perchè all'estero sarebbe stato chiaro che l'impegno era condizionato all'andamento del mercato. E il mercato, racconta, ha perso il 60% dei volumi. "Ci sono momenti quando si gestiscono attività - osserva Marchionne - in cui è meglio alzarsi dal tavolo". Un mercato che si è dimezzato non per problemi intrinseci all'auto e ai modelli, ma perchè "non c'è disponibilità economica da parte deiconsumatori. Non ha niente a che fare con la Fiat - dice Marchionne che ricorda anche l'impatto dell'Imu  - questo è un problema strutturale del paese ed è uno degli impegni che il nuovo governo deve assumere per ristabilire un pò di tranquillità". Quanto alla strategia del gruppo, Marchionne spiega quello che viene definito il cambio di pelle: puntare sui marchi premium a cominciare da Alfa Romeo. "È un marchio che deve essere ricostruito - dice - lo abbiamo danneggiato noi. Quello che abbiamo fatto noi all'Alfa non è molto piacevole - ammette l'ad -. Per lo sviluppo della vettura  mi assumo tutta la responsabilità. La 159 l'ho lanciata io, non è colpa di nessuno, l'ho trovata in casa, ma l'ho lanciata. Ho lanciato la Brera, lo Spider, belle macchine, ma non Alfa". Il marchio non si tocca quindi: "Alfa Romeo non si vende. L'avrò detto 200mila volte. L'Alfa non è in vendita e specialmente a loro", riferendosi ai tedeschi di Volkswagen. Prroprio con la Germania, Marchionne mostra di avere un conto aperto: racconta come i quotidiani avessero bollato come "arrogante" lo sbarco in America per "rilevare la Chrysler, azienda che la tedesca Daimler per dieci anni era stata incapace di gestire". Quella del segmento premium "è una strada non facile che richiede tantissimo coraggio per farlo che stiamo affrontando con una concorrenza agguerrita dove ci guardano dall'alto in basso, continuamente, e parliamo dei cari amici tedeschi, - dice esplicitamente - che continuano a criticare le nostre attività a cui io rispondo in una maniera piuttosto aperta non è che mi vergogni: io non mi vergogno di essere italiano e non devo niente a nessun tedesco".  E sottolinea: "La macchina più costosa in tutto il mondo la presenteremo noi come Ferrari (la 250 Gto da 41 mln di dollari, ndr) al salone di Ginevra a marzo del 2013 e per quando la presenteremo sarà completamente venduta. E stiamo parlando di operai italiani, meccanici italiani, mortoristica italiana, stile italiano prodotto in Italia e venduto nel mondo, mi dica  - sbotta Marchionne rivolto al direttore di Repubblica suscitando applausi - cosa devo imparare io dai tedeschi di nuovo?".Per il resto la Fiat ridisegna la presenza nelle utilitarie, sulle "colonne" della 500 e della Panda, "probabilmente ce ne sarà un'altra, la Panda X che sara un po' più larga". Ma lascia aperto uno spiraglio anche per le vetture low cost: "Stiamo analizzando se c'è spazio per noi in quel campo, per coprire quel vuoto che l'uscita della Fiat dal settore andrebbe a creare. Per farlo - dice Marchionne - bisogna avere delle capacità produttive al di fuori del sistema europeo, perchè qui parliamo soltanto di prezzo". Dove verrà prodotta la Punto? Chiede Mauro. Marchionne risponde con una mezza battuta: "La produciamo a Melfi hocontrollato questa mattina: la facciamo ancora lì, non l'ha spostata nessuno ieri sera". Quanto alla fusione con Chrysler, Marchione conferma le intenzioni di chiudere entro il prossimo anno. Con Veba il fondo che possiede la quota di minoranza, non c'è contenzioso, ma una semplice discussione sul prezzo". Poi incalza Mauro, tutto spinge per un trasferimento negli Usa: "No, direi di no", replica Marchionne che spiega che ciò dipenderà dalla facilità di accesso ai mercati finanziari e dalle scelte dell'azionista. E conclude con una frase d'affetto per Torino: "Una città bellissima, con una storia incredibile. Sono stato fortunato - assicura il top manager italo canadese -. E con tutto il bene che le voglio, Detroit non è Torino".