Economia

L'analisi. Marchionne e il capitalismo, ha lasciato un segno in due modelli differenti

Giorgio Ferrari mercoledì 25 luglio 2018

Sergio Marchionne (1952-2018)

Se riuscissimo per un istante a liberarci dell’abbraccio un po’ soffocante con cui detrattori storici e ammiratori dell’ultima ora circondano oggi Sergio Marchionne, avremmo ben chiaro un fatto: questo manager figlio di un maresciallo dei carabinieri, partito da Chieti e approdato in Canada, in Svizzera, e poi a Auburn Hills, Michigan per guidare una Fca americana e internazionale che non era più Fiat ma in fondo un po’ ancora lo era, era destinato a non piacere a nessuno.

Non agli italiani, che l’hanno immediatamente considerato un alieno, un traditore della Confindustria, uno spietato servo del padrone capace unicamente di accontentare gli interessi dell’azionista e quasi per nulla quello dei dipendenti, ridotti per sua mano a poche decine di migliaia; e in fondo nemmeno agli americani, che nel funambolico manager che era riuscito a salvare la Fiat vendendola di fatto alla Chrysler senza poter dire chi delle due ci avesse davvero guadagnato vedevano anche loro un perfezionista maniacale, arrogante e durissimo ('ruthless', spietato, diceva di sé) anche senza essere un vero wasp. Non meravigliamoci troppo. Marchionne si ergeva come il Colosso di Rodi alla confluenza di due mondi che mal si conciliano fra loro: una gamba poggiava su quello maxweberiano-postfordista fondato sul conflitto e sul puro spirito del capitalismo caro agli americani, l’altra su quello consociativo-familistico caro agli italiani (e non solo a loro). In entrambi ha lasciato un segno profondo.

Soprattutto in America, dove ha ammaliato sia Obama sia Trump: il primo per come ha sedotto e accontentato la working class dell’automotive (il cui voto confluì massiccio garantendogli la rielezione del 2012), il secondo per come – in modo trionfalmente americano – ha avuto quel successo che è alla base del mito fondante del Nuovo Mondo. E che il mondo fosse davvero nuovo lo aveva capito da tempo: non solo portando la testa e la cassa della Fiat a Londra e a Amsterdam, ma recidendo molte delle sue radici in Italia a favore di una visione globale che i poco coraggiosi capitani d’industria nostrani (chi si ricorda ormai di Raul Gardini e Carlo De Benedetti, che negli anni Ottanta affollavano fra l’ammirazione mondiale le copertine di Time e Newsweek?) oggi nemmeno osano pensare. «Esiste un limite oltre il quale il profitto diventa cupidigia», ammise un giorno, riconoscendo con Max Weber il pericolo della virgiliana auri sacra fames, la sacra (ma soprattutto esecrabile) cupidigia dell’oro. Ma capì anche che l’etica degli affari postulata un secolo prima non era più attuabile. Più di ogni altra cosa detestava la mediocrità e la sciatteria. Lascia scritto: «Esiste un mondo in cui le persone non lasciano che le cose accadano. Le fanno accadere, non dimenticano i propri sogni nel cassetto, li tengono stretti in pugno». Esemplare quasi come quella sua stranota considerazione, quasi un epitaffio: «Non ho mai capito perché gli operai americani mi ringraziano per aver salvato loro la pelle, mentre quelli italiani vorrebbero farmela». In realtà lo sapeva benissimo: per un decennio ha regnato su due mondi diversi, nessuno necessariamente migliore dell’altro. Mancherà certamente a entrambi.