Economia

Terra. L'umanità sull'albero della vita

Monica Zornetta mercoledì 19 aprile 2017

("Forest", Tim Gorman via Flickr https://flic.kr/p/ctn9ko)

Causa principale della minaccia alla sopravvivenza di sempre più specie animali e vegetali, l’uomo è l’unico ad avere la teorica certezza di una contro-estinzione, visto che si prevede che arriverà a quota 9 miliardi di individui nel 2050. Stime delle Nazioni Unite, lo stesso organismo internazionale che ha elaborato quello che può essere definito come un ultimatum all’umanità: l’Agenda 2030. Tra i 17 obiettivi dell’Onu per cercare di invertire l’attuale trend autodistruttivo che sta minando la vita sulla terra attentando alle risorse naturali, ce n’è uno che sembra racchiuderli tutti dal momento che ri- guarda la salvaguardia dell’intero ecosistema: «La vita sulla terra». Animali e piante sono la massima espressione della vita terrestre e il loro vertice è l’uomo. Umanità che però negli ultimi decenni, in preda al consumismo più sfrenato e a una visione dell’economia improntata a una ipertrofica produzione di beni anziché di oculata e, appunto, economica gestione delle risorse, ha messo a dura prova le fonti stesse della vita: acqua e terra, pesantemente inquinate e impoverite. L’obiettivo 15 dell’Agenda mira dunque a proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre, a gestire sostenibilmente le foreste, a contrastare la desertificazione, ad arrestare e far retrocedere il degrado del terreno e a fermare la perdita di diversità biologica. Con alle spalle decenni di forsennata e irresponsabile deforestazione (tuttora in atto), soprattutto di quelle parti del globo che sono considerate i residui e fondamentali polmoni verdi del pianeta, le foreste coprono ormai soltanto il 30% della superficie terrestre. Ecosistemi che, oltre a offrire cibo sicuro e riparo alle diverse specie, sono essenziali per il contrasto al cambiamento climatico e per la protezione della biodiversità e delle dimore delle popolazioni indigene. Tredici milioni di ettari di foreste vanno perse ogni anno, mentre il persistente deterioramento dei terreni ha portato alla desertificazione di 3,6 miliardi di ettari. Scenari di morte a cui si può fare ancora in tempo a porre rimedio, anche se si ha l’impressione che l’umanità stenti a capirlo. Tocca ai governi di tutti i Paesi agire. Il futuro è già oggi.



Il Ruanda ha fretta di lasciarsi alle spalle le terribili ombre del genocidio di 23 anni fa e non vuole perdere l'occasione, riassunta nell'ambizioso programma "Vision 2020" lanciato nel 2000 dall'allora presidente Paul Kagame, di trasformarsi in una nazione moderna, caratterizzata da stabilità politica, "reddito medio" diffuso e strategie di sviluppo (anche ambientale) eque e sostenibili che l'hanno portata negli anni scorsi a mettere fuorilegge gli shoppers di plastica e ad ospitare un importante accordo mondiale per la riduzione dei gas serra.

È per questo che il Ruanda è stato scelto dai fisici, dagli ingegneri e dai progettisti della cooperativa italiana Fabbrica del Sole per mettere a regime l'innovativo Off Grid Box, il dispositivo che genera energia elettrica/termica da fonti rinnovabili, che produce acqua potabile indipendentemente dalla rete e che dà segnale Internet, già sperimentato con successo nel 2013 nelle Filippine devastate dal tifone Yolanda, e vicino a Moore, in Oklahoma, rasa al suolo dal passaggio di un potente tornado.

Le prime dieci grandi "scatole staccate dalla rete", praticamente dei cubi di 2 metri di lato, arriveranno a luglio nel villaggio rurale di Kibaya, a un centinaio di chilometri da Kigali, la capitale ruandese, e ciascuna, una volta installata, darà la possibilità a circa 300 famiglie – costrette, per la mancanza di infrastrutture e di servizi essenziali, a convivere con diverse emergenze – di usufruire di
luce, acqua calda e Internet a un costo di 20 centesimi al giorno (per nucleo famigliare), senza dover percorrere distanze lunghissime. Inoltre, rappresenteranno un'occasione di lavoro per molti locali, soprattutto donne.

«Kibaya conosce già le nostre macchine e il loro modo intelligente di sfruttare le risorse naturali – racconta da Boston il fisico quarantenne Emiliano Cecchini, ceo della Sowlis Inc., la società nata di recente negli Usa appositamente per Off Grid Box, nonché direttore Ricerca e sviluppo dell'aretina Fabbrica del sole, di cui è co-fondatore, e "mente" dell'ingegnoso dispositivo –. Lo scorso anno Progetto Ruanda Onlus ne ha donata una al piccolo centro medico locale di primo soccorso Poste de Santé e una alla scuola del villaggio, rendendo le due strutture autosufficienti dal punto di vista idrico ed energetico e migliorando decisamente le condizioni igienico-sanitarie della popolazione. Anche questa volta Off Grid Box diventerà un centro di riferimento importante per il territorio: grazie al sistema pay as you go le persone andranno lì a raccogliere l'acqua potabile, a ricaricare le batterie e, se intorno c'è anche una rete wi fi, potranno comunicare con il mondo».

Nella capitale del Massachusetts Cecchini – che nel 2008 ha pure inventato ad Arezzo, la sua città, il primo idrogenodotto sotterraneo urbano al mondo – c'è arrivato lo scorso gennaio insieme con Davide Bonsignore, 33enne ceo della consociata italiana, e con altri dieci giovani colleghi per lavorare al "programma Ruanda" e per costituire la nuova società. «Dopo l'esperienza nelle Filippine con Oxfam dove, a tre anni dal tifone, sappiamo esserci ancora oltre 300 persone nell'isola di Cebu che sopravvivono grazie ai tre Off Grid Box (trasformano infatti l'acqua del mare o quella di una pozzanghera in acqua potabile, ndr), siamo stati contattati dal più grande start up accelerator del mondo, Techstars, che ci ha immediatamente fatto entrare nel suo network investendo nel progetto diverse centinaia di migliaia di dollari e mettendoci a disposizione molti contatti» continua il fisico, annotando che «in due mesi trascorsi negli Stati Uniti la nostra proposta ha fatto passi da gigante, del tutto impensabili in Italia».

«In base agli accordi presi con gli investitori spettano a noi le spese per la produzione di questi box, a partire da giugno alla Fabbrica del Sole, e per il loro trasferimento nella "Svizzera africana", nome con cui il Ruanda è anche conosciuto. Nonostante la Sowlis Inc sia "basata" negli Stati Uniti, abbiamo mantenuto in Italia la ricerca e la produzione. L'esperienza che abbiamo vissuto tre anni fa nelle immense zone rurali del Sudafrica – dove Off Grid Box viene abitualmente utilizzato per irrigare i campi e gli orti
– ci ha insegnato che è più economico assemblare parzialmente le macchine sul posto anziché trasportarle tutte intere. Faremo così anche a luglio: una volta a Kibaya ricombineremo insieme le parti e posizioneremo le "scatole" nei dieci luoghi strategici che avremo individuato».

E viene rivolto un a tutti coloro che operano nel Paese centrafricano. «Siamo alla ricerca di partners con cui collaborare, siano essi parrocchie, Ong, organismi internazionali, associazioni di volontariato o anche persone comuni. Abbiamo bisogno del loro aiuto e di quello della comunità locale, per identificare gli appezzamenti di terreno adeguati, per capire dove posizionare correttamente le macchine, per individuare le sorgenti d'acqua e anche per cominciare ad assumere personale che noi stessi provvederemo a formare. Nel febbraio 2018 sapremo se il modello di gestione Off Grid Box così come l'abbiamo pensato e strutturato funzionerà e, se la risposta sarà positiva, lo estenderemo presto anche al resto del mondo».