Economia

Intervista. Lo Storto: «Fuori dalla crisi con una scuola più vicina al lavoro»

Pietro Saccò giovedì 7 agosto 2014
Se a metà degli anni Settanta gli Agnelli e altri grandi imprenditori italiani hanno pensato che fosse arrivato il momento di mettersi assieme per investire nella creazione di una nuova università è perché sentivano che in Italia università e imprese erano troppo lontane. Sono passati quarant’anni, ma a sentire Giovanni Lo Storto, che di quell’Università, la Luiss, è il direttore generale, l’eccessiva distanza tra il mondo della formazione e quello del lavoro è ancora uno dei mali principali della nostra economia. «Rischiamo di avere perso completamente un treno – dice Lo Storto davanti al dato dell’Istat che rispedisce l’Italia in recessione –. Il treno della possibilità di riprendere in mano la nostra economia. Se non ci rendiamo conto che dobbiamo difendere la posizione guadagnata negli ultimi decenni, quella di una grande economia manifatturiera, non abbiamo speranza. Servirebbe un’intelligente politica industriale».Mi pare di capire che non intende unirsi a chi chiede al governo «terapie choc» per tornare a crescere...Tutti avremmo voglia di una scossa che permetta al paese di ripartire. Ma sono quindici anni che tutti sperano nella "bacchetta magica" per la crescita, abbiamo perso tempo ad aspettarla continuano a rimandare interventi meno "choc" ma più progettuali, che hanno bisogno di tempo per dare risultati.A che interventi sta pensando?Parlavo di politica industriale: ecco, bisogna capire che se vogliamo avere una forte industria manifatturiera abbiamo bisogno di legare le conoscenze e le competenze. Significa che i nostri figli devono frequentare le imprese e il mondo del lavoro fino da quando sono giovani. Altrimenti ci si ritrova nella situazione in cui siamo. Guardate i numeri dei giovani: disoccupazione giovanile, tasso di abbandono degli studi, i cosiddetti Neet... Quest’anno siamo riusciti a scivolare all’ultimo posto in Europa nel tasso di laureati tra i 30 e i 34 anni. L’obiettivo europeo è un 40%, noi non arriviamo al 26%. Questi sono numeri del tutto coerenti con un paese che va in retromarcia.Viene il dubbio che, dopo tanto tempo sprecato, oggi sia troppo tardi per recuperare.No, c’è sempre spazio per riprendersi. Spero che questo governo, che già si sta preoccupando di una serie di misure importanti, possa mettersi al lavoro sul tema dell’istruzione, non soltanto intesa come alta formazione. Bisogna trovare il modo di rendere concreta l’alternanza tra la scuola e il lavoro, rendere efficace il meccanismo dell’apprendistato, oggi complicato da un eccesso di burocrazia.Potrebbe bastare a fermare la fuga dei giovani più preparati, che sempre più numerosi vanno a lavorare in paesi capaci di offre loro opportunità introvabili in Italia?I ragazzi restano se anche l’università li sa trattenere. Noi alla Luiss abbiamo messo in campo azioni che ci hanno dato risposte molto interessanti. Abbiamo avviato un grande acceleratore di impresa, aperto a studenti di tutt’Italia, dove chi ha una buona idea può ottenere 30mila euro in denaro e 30mila in servizi per lanciare un’azienda. Da questo progetto sono nate 25 start up che hanno ottenuto finanziamenti per quasi 10 milioni di euro. Abbiamo intensifica l’esperienza pratica dei nostri allievi. Ad esempio dieci studenti di relazioni internazionali sono andati in Kosovo a seguire direttamente un briefing con il nostro contingente. L’idea è che chi studia debba da subito confrontarsi con l’esperienza sul campo. Altri studenti partecipano a progetti di volontariato con organizzazioni come Libera, Save the Children o Made in Jail. Fanno lavori molto concreti, raccogliere pomodori, aiutare i bambini... Imparano a lavorare e possono convincersi a restare. Dobbiamo capire che il Pil, senza di loro, non può tornare a crescere.