Economia

Intervista. Layard: «L'economia della felicità? Non pensare solo a se stessi»

Silvia Guzzetti martedì 29 novembre 2016

Lord Richard Layard, l’inventore dell’economia della felicità, non ha dubbi. «Per essere contenti di vivere – dice – occorre la consapevolezza che siamo parti di qualcosa di più grande, così che evitiamo di preoccuparci troppo di noi stessi». Figlio di psicologi famosi, seguaci di Carl Jung, istruito a Eton e Cambridge, l’economista ha inventato, per il governo britannico, il programma Improving access to psychological therapies, una rete di counselling che ha portato alla salute mentale 250.000 persone nel Regno Unito. Cura anche il World Happiness Report, il rapporto sulla felicità nel mondo, usato da governi e istituzioni internazionali, che ci dice quanto sono contenti di vivere gli abitanti di 156 Paesi e Action for happiness, movimento con 70.000 membri impegnati a diffondere la gioia nelle persone che incontrano. «Non sono religioso – racconta mentre sgranocchia un panino durante il nostro pranzo al Centre for Economic Performance della London School of Economics che ha fondato e dirige – anche se ritengo la meditazione indispensabile per la salute mentale.

È importante fermarsi e guardare per apprezzare quello che ci circonda. Entro spesso nella chiesa di sant’Anselmo e santa Cecilia, qui vicino, e mi piace quella nuova porta che hanno aperto per il Giubileo della misericordia. Ricordo la fede di mia mamma, cattolica, che andò in pellegrinaggio a Roma negli anni cinquanta e trovo questo Papa assolutamente straordinario per la sua semplicità, la sua attenzione ai poveri e il suo interesse per i sentimenti e le opinioni dei laici». Secondo l’inventore dell’economia della felicità, «nelle politiche mondiali si parla molto più spesso, oggi, rispetto al passato, di benessere e salute mentale anche se non sempre alle parole corrispondono le azioni.

Le parole, però, sono necessarie, come primo passo. Oggi l’Organizzazione per la Cooperazione economica e lo Sviluppo promuove un indicatore della felicità e il Rapporto sulla felicità mondiale ci dà cifre su ogni Paese. Anche le Nazioni Unito hanno indetto una giornata della felicità a marzo. Purtroppo troppo poco denaro pubblico viene speso per promuovere l’agenda della felicità e la crisi finanziaria che stiamo attraversando non aiuta i governi a investire di più». Secondo il professore emerito Layard «tutti gli studi accademici concordano sul fatto che sono i rapporti la chiave di una vita soddisfacente e dovremmo investire di più in servizi di counselling che aiutino le persone a sviluppare la capacità di formare famiglie stabili e armoniche».

Secondo l’economista «questa crisi economica verrà superata e, in una situazione di crescita consolidata, le politiche pubbliche dei prossimi quindici anni daranno più spazio a servizi di counselling che promuovano l’agenda del benessere». Studiando le elezioni europee a partire dagli anni Settanta, attraverso i dati forniti dall’Eurobarometro, il gruppo di ricerca guidato dal professor Layard ha scoperto che «il fattore più importante nel determinare se un governo verrà rieletto è quanto soddisfatti della loro vita sono gli elettori e questo elemento conta più del livello di disoccupazione, di inflazione e di crescita economica e anche di tutti e tre questi elementi messi insieme».

L’economista della felicità non ha dubbi su quale aspetto della vita pubblica vorrebbe vedere migliorare. «Servizi di counselling per gli adulti ma anche per i bambini – spiega –. È importante che le scuole promuovano il benessere dei loro alunni. In questo momento il mio gruppo di ricerca sta conducendo un esperimento in ventisei istituti di Londra dove abbiamo inserito, nel curriculum, un’ora alla settimana di 'healthy minds' ovvero 'menti sane'. Ragazzi tra gli undici e i quattordici anni imparano a conoscere le loro emozioni e a gestirle e scoprono l’importanza di prendersi cura degli altri e di mantenersi attivi fisicamente, come anche il valore di essere sé stessi resistendo alla pressione alla quale vengono sottoposti dai social media perché diventino persone diverse da quello che sono».