Economia

Una terra alla deriva. Lavoro nero, rifiuti, roghi. In Campania tutto torna

Maurizio Patriciello venerdì 31 luglio 2015
Tutto torna. L’Italia boccheggia per la mancanza di lavoro. Il prezzo più alto lo stanno pagando i giovani. Nel nostro meridione, naturalmente, la crisi è avvertita in un modo ancora più forte e doloroso. Il lavoro non c’è e quel poco che si trova è malpagato, a rischio, a nero. A Frattaminore, nel Napoletano, pochi giorni fa una fabbrica di scarpe è stata messa sotto sequestro perché la maggior parte degli operai lavorava in nero. Una fabbrica fantasma, dunque. Evasione fiscale che fa tanto male alle casse dello Stato, ai lavoratori e ai cittadini. I figli hanno fame. Crescono. Hanno bisogno di andare a scuola, di essere accuditi. Chiunque, in qualunque modo, ha la possibilità di portare qualche soldo a casa si ritiene fortunato. Non va per il sottile. Non reclama i suoi diritti. Sa bene che a tirarla troppo, la corda si spezza. Sa che anche il proprietario non se la passa bene. Sa che se chiude la fabbrica dovrà rinunciare anche quel poco che ha. E allora si accontenta. Qualsiasi cosa gli venga chiesta, accetta. Accetta di fare straordinari senza essere retribuito, di sgaittolare via come un ladro quando arrivano i controlli.  'Diritto' è parola bella. Ancora più bella lo diventa quando alla denuncia per i diritti rubati si aggiunge la speranza che poi verranno concessi. Il lavoro non c’è e quel poco che si trova non è legale. Lavoro illegale vuol dire eliminare poi gli scarti industriali in modo clandestino. Lavoro illegale vuol dire mantenere in vita la 'terra dei fuochi'. Gli scarti accumulati hanno bisogno di essere smaltiti. E allora gli si da fuoco o li si interra senza farsi troppi problemi.  Tutto torna. Solo gli orbi si ostinano a non vedere. Solo gli ingenui cercano nei Rom o negli immigrati il capro espiatorio da esorcizzare. Mercoledì un gruppo di missionari provenienti da ogni parte del mondo è venuto a farci visita. È stato un momento di condivisione e di speranza. Dopo l’incontro in parrocchia, siamo andati alla zona vasta di Giugliano. In quel luogo che sembra uscito dall’inferno, dove la terra fuma senza bruciare e l’aria è irrespirabile. I missionari erano increduli. Loro che provenivano dall’ Ammazzonia, dal Brasile, dalla Thailandia. A pochi metri sopravvive in maniera disumana il popolo degli 'invisibili'. Un campo Rom, con decine di bambini, neonati, mamme giovanissime che allattano in mezzo alle pozzanghere. Ci vedono, ci corrono incontro, chiedono di essere aiutati ad andare via. Ci raccontano della puzza di gas che si sprigiona da quell’inferno la sera e la notte. All’ingresso tonnellate di immondizie aspettano di essere smaltite. I missionari sono increduli. Qualcuno dice: «Questo campo è identico a una favelas…». Ma siamo in Italia non in Ammazzonia o in un paese del terzo mondo. La domanda è d’obbligo: «Che cosa vi aspettate?». Non mi piace parlare male, ma nemmeno mentire o girare la testa da un’ altra parte. La verità è che è stato fatto poco, tanto poco. La precarietà in cui versano moltisime famiglie campane permette ai disonesti di arricchirsi a dismisura e ai poveri di sprofondare nella miseria nera. Quando si ha fame si pensa a portare il pane a casa anche a costo di ammalarsi.  Come dire: al resto penso dopo. In queste condizioni è naturale che chi alza troppo la voce per denunciare tutto questo alle istituzioni e alla società rischia grosso. Lo sappiamo. Fingere di non vedere vuol dire far precipitare la regione ancora di più nella illegalità e permettere ai camorristi e agli intrallazzieri di continuare a fare affari sulla pelle della gente. La Campania è tra le regioni dove i giovani restano 'depositati' dopo la scuola e senza lavoro. 'Terra dei fuochi', intanto, continua a bruciare. Non può non farlo. I roghi tossici sono l’ ultimo atto di un ingranaggio criminale e maledetto.  Che fare? La domanda la rivolgiamo a chi di competenza, sperando di avere finalmente una risposta soddisfacente.