Economia

Energia. L'addio al fossile dell'Irlanda

Andrea Di Turi venerdì 13 luglio 2018

Quella di ieri è una giornata destinata a restare nella storia della 'giusta transizione' in corso verso un modello di sviluppo sostenibile. Transizione che potrebbe avere ora una potente accelerazione, perché nel mirino ieri sono finite le fonti fossili di energia (carbone, petrolio, gas), principali responsabili delle emissioni di Co2, del riscaldamento del pianeta e dei cambiamenti climatici. Il Parlamento irlandese ha approvato il Fossil fuel Divestment Bill, facendo dell’Irlanda il primo Paese al mondo a bandire gli investimenti in società delle energie fossili.

La norma va a modificare il mandato con cui agisce la National Treasury Management Agency, che è responsabile della gestione del patrimonio pubblico irlandese e, in particolare, del Fondo d’investimento strategico irlandese, il fondo sovrano nazionale da 8 miliardi di euro di asset. D’ora in poi questi asset non potranno più essere investiti, direttamente o indirettamente, in società che operano in quei settori. Non solo, perché il fondo dovrà anche uscire dagli investimenti che attualmente vi detiene (si parla di 300 milioni di euro, in 150 società). E dovrà farlo «il prima possibile». Il tutto nel quadro degli obiettivi che il Paese si è dato negli ultimi anni in termini di contrasto al climate change, di transizione verso un modello di sviluppo low carbon (a basso tasso di emissioni di Co2), di obbligazioni ad agire sui cambiamenti climatici in linea con quanto previsto dallo storico Accordo di Parigi di fine 2015. Il testo è stato approvato per acclamazione, con il sostegno di tutti i partiti. Nella sua versione finale è visibile il frutto del dialogo avvenuto nel lungo iter parlamentare, iniziato circa due anni fa. Parlando di imprese che operano nel settore delle energie fossili, ad esempio, si specifica che si tratta di imprese che dall’attività di esplorazione, estrazione o raffinazione di combustibili fossili derivano almeno il 20% dei ricavi. Ma i margini di flessibilità introdotti nulla tolgono alla portata storica e all’enorme valore simbolico del provvedimento, di cui i tanti parlamentari intervenuti ieri nel dibattito hanno mostrato chiara consapevolezza. A cominciare da Thomas Pringle, primo firmatario della legge, praticamente tutti hanno espresso il loro ringraziamento per Trocaire, la ong della Chiesa cattolica irlandese per lo sviluppo, grande protagonista della campagna di sensibilizzazione che ha portato il tema all’attenzione dell’opinione pubblica e del Parlamento.

Del resto le organizzazioni cattoliche fin dall’inizio sono state protagoniste della campagna internazionale per il disinvestimento dalle fonti fossili, che a oggi ha registrato adesioni da circa 900 grandi investitori istituzionali che insieme detengono oltre 6mila miliardi di dollari di asset. Da qualche anno sono coordinate dal Movimento cattolico globale per il clima, che ha già in programma per metà settembre il prossimo 'annuncio congiunto' di organizzazioni che dichiareranno la loro adesione al divestment (in Italia lo hanno già fatto, fra gli altri, il Sacro Convento di Assisi, il Movimento dei Focolari, la Focsiv, Altis-Cattolica). Non è difficile immaginare che il passo compiuto dall’Irlanda possa innescare un effetto a cascata, forse a valanga. Anche perché, e in aula lo ha sottolineato lo stesso ministro delle Finanze irlandese, Michael D’Arcy, questo passo va nella direzione di fare dell’Irlanda una piattaforma per gli investimenti green. Un’altra prova, questa, che la competizione del futuro, non solo fra imprese ma fra Stati e forse anche fra macro-aree geografiche, si giocherà sulla sostenibilità.