Economia

IL DECRETO RONCHI. «L’acqua? Pubblica, privata... o non profit»

Giuseppe Matarazzo domenica 22 novembre 2009
Entro il 2015 la distribuzione dell’acqua pubblica sarà gestita dai privati. Lo prevede la riforma dei servizi pubblici locali approvata questa settimana. Tutti i servizi affidati dai Comuni a proprie aziende («in house») dovranno essere affidati con gara pubblica per rispettare la normativa europea: potranno mantere le attuali concessioni le società che cederanno almeno il 40% ai privati; se quotate in Borsa, il pubblico dovrà scendere sotto il 30% entro la fine del 2015. Un emendamento ha previsto che l’acqua resti comunque un bene «pubblico»: si sta progettando un’authority che lo garantisca. Una rivoluzione imposta dalla maggioranza con un voto di fiducia ma sostenuta discretamente da ampi settori dell’opposizione, come quelli che, attraverso le amministrazioni locali, controllano i colossi delle utilities. Iride (Torino e Genova), Hera (Bologna e mezza Emilia Romagna), Enia (l’altra metà, cioè Parma, Piacenza e Reggio Emilia) e Acqua Veritas (Venezia) si preparano ad aprire ai privati le società che gestiscono il servizio idrico integrato. Una privatizzazione che sarà pure forzata ma porterà milioni nelle casse comunali; le grandi manovre di Borsa sono già iniziate. Non manca chi parte in pole position: il gruppo Caltagirone e la francese Suez sono già nel capitale di Acea (Roma). Veolia, altro brand transalpino, è ben piazzato nel Sud, dove gestisce la rete di adduzione ma non la distribuzione. La Corte costituzionale, del resto, ha sentenziato che l’erogazione del servizio e la gestione delle reti non può essere gestita separatamente, come voleva la Regione Lombardia. La sentenza, curiosamente, è arrivata il giorno dopo l’approvazione del decreto Ronchi.

Paolo Viana

«Il problema dell’acqua non va ideologizzato. C’è pubblico efficiente e non, c’è privato efficiente e non, ci sono società miste efficienti e non. L’importante è garantire una buona gestione del servizio e offrire la migliore qualità alla minore tariffa possibile per i cittadini». Il professore Lanfranco Senn, economista della Bocconi e presidente di Metropolitana Milanese, la Spa al 100% del Comune di Milano che gestisce il servizio idrico del capoluogo lombardo, non difende lo status quo e non è pregiudizialmente contrario all’ingresso dei privati previsto dalla Legge Ronchi. E va oltre, aprendo anche agli enti non profit: «Sarebbe una clamorosa innovazione nel sistema».Professore, ma c’è davvero la necessità di far entrare i privati in un bene pubblico come l’acqua?Da sempre la gestione pubblica dell’acqua, anche in altri Paesi, è problematica. Dove il pubblico ha fallito, il ruolo dei privati può dare un contributo significativo all’efficientamento di molte imprese di servizio. Dobbiamo allontanarci dall’idea che "pubblico" voglia dire proprietà o gestione pubblica. Pubblico significa che è un servizio per il pubblico, per la gente e le imprese. Se in premessa viene salvaguardata l’idea del valore della risorsa acqua come fondamentale, arriverei a dire che è indifferente il fatto che la gestione sia pubblica o privata. Ma non è questo il problema.E qual è allora?È di gestione e impostazione del servizio: dare una risposta adeguata ai cittadini, con un’acqua che abbia la tariffa più bassa possibile e la qualità più alta. Le due cose non sono sempre facilmente coniugabili. Il tema della governance si lega a questo.Mirare al risultato anche con percorsi diversi?Esattamente. Prendiamo due esempi: Milano e l’Acquedotto pugliese. Noi abbiamo la fortuna di pompare l’acqua dal sottosuolo, in Puglia sono costretti a portare l’acqua anche da centinaia di chilometri di distanza. Gestioni ed esigenze diverse.Milano è riuscita nell’obiettivo...A Milano abbiamo la tariffa più bassa d’Europa: 0,55 cent a metro cubo. A Parigi si pagano quasi 3 euro, a Berlino 4. E garantiamo un’altissima qualità, perché abbiamo investito nelle tubature, nella manutenzione e nei controlli per 130 milioni negli ultimi 5 anni. E prevediamo di spenderne oltre 150 nel prossimo triennio.Ma la riforma porterà aumenti?È probabile. Perché se si chiede ai privati di investire, inevitabilmente devono rientrare dall’impegno finanziario e garantirsi una componente di reddito propria. Ma oggi fare investimenti e nello stesso tempo garantire un servizio di qualità a basso costo è problematico anche per il pubblico.Quali sono i nodi critici da affrontare?Paghiamo un’arretratezza di investimenti a tutti i livelli. Ma che li faccia poi il pubblico o il privato, sotto certe condizioni, è indifferente. Anche se sono per tenere sempre una componente pubblica. La Legge Ronchi prevede che imprese in house come Milano vendano il 40%, rimanendo con una maggioranza pubblica: questo non mi vede contrario per principio.Però?C’è un problema di applicazione. Se è vero che ci sono in Italia situazioni virtuose e altre viziose, è fondamentale che si correggano i vizi e si esaltino le virtù. La generalizzazione è sempre un errore. Quello che contesto è l’applicazione automatica per tutti. Perché per Mm la soluzione pubblica è stata vincente.Altra questione: gli Ato.L’esperienza non è stata esaltante. Ci si è scontrati con molte difficoltà. Ma se l’Ato funziona realmente come regolatore, può diventare virtuoso. Ancora di più in un processo di privatizzazione.Ma fra gli azionisti è ipotizzabile l’ingresso del non profit?È una delle tesi che da economista sostengo. Se riuscissimo a far gestire molti servizi da enti o fondazioni non profit, si raggiungerebbe anche l’obiettivo di internalizzare gruppi di interessi anche contrapposti, come utenti, imprese e politica, in maniera non conflittuale. Rispondendo alle esigenze di flessibilità istituzionale senza ideologizzare o contrapporre il pubblico al privato. In Galles, per fare un esempio, il servizio è gestito completamente da un ente non profit.Suggerimenti importanti, ma come si concretizzano?Dipenderà dai regolamenti attuativi, che vanno fatti presto e bene. Ammettendo formule di gestione più flessibili e diverse, per salvaguardare le esperienze più virtuose.