Economia

Iniziativa. La pasta prodotta in carcere sa ridare speranza ai ragazzi

Maurizio Carucci mercoledì 28 ottobre 2015
Un pastificio in carcere. L’idea è venuto a padre Gaetano Greco, 68 anni, da 34 cappellano del Centro di detenzione minorile di Casal del Marmo a Roma. «In vista del Giubileo – spiega padre Gaetano – volevamo dare un segno tangibile della misericordia e dell’aiuto concreto che possiamo offrire ai ragazzi detenuti. Ci siamo resi conto che trovare un lavoro sta diventando sempre più difficile. Allora, con l’aiuto dei volontari, abbiamo deciso di mettere in piedi un laboratorio artigianale che insegnasse un mestiere e che potesse dare un’opportunità lavorativa».Il progetto è partito in primavera. Dopo aver concluso la parte burocratica, c’è stata una specie di gara di solidarietà per creare una rete di fornitori e clienti. Dovrebbero essere sette od otto i giovani detenuti a essere inseriti nel pastificio del carcere. Mentre gli esterni dovrebbero arrivare a 25. «Ho ricevuto una grande attenzione da parte di tutti – continua il cappellano –. Alcuni operai esperti hanno dato la disponibilità a insegnare l’arte della pasta ai nostri ragazzi. Gli stessi fornitori delle materie prime hanno dimostrato una grande attenzione nei nostri confronti».Padre Gaetano sembra soddisfatto. Aspetta soltanto di ottenere l’ultimo permesso per cominciare la produzione. Intanto è stato invitato a partecipare all’Expo di Milano per il World Pasta Day & Congress (25-27 ottobre), che vuole proporre la pasta come alimento ideale per nutrire il pianeta e combattere fame e malnutrizione, una vera e propria "festa della pasta" cui parteciperanno oltre 300 tra produttori, scienziati della nutrizione, opinion leader, economisti, Istituzioni e media di tutto il mondo. Basti pensare che nel 2014 sono state prodotte ben 14,5 milioni di tonnellate di pasta e parla italiano un piatto di pasta su quattro consumati sulle tavole di tutto il mondo.«In fondo – conclude padre Gaetano – la pasta mette d’accordo tutti. Il nostro progetto vuole offrire una speranza ai nostri giovani detenuti, che sono in maggioranza musulmani immigrati o figli di immigrati. Oltre a insegnare il mestiere di pastaio e a familiarizzare con un alimento simbolo della dieta mediterranea, diamo loro una formazione professionale che potrebbe essere utile per il reinserimento e l’integrazione».