Economia

Finanza. La banca della Silicon Valley prima vittima dei tassi alti

Pietro Saccò venerdì 10 marzo 2023

La banca californiana Silicon Valley Bank (Svb) è la prima grande vittima dell’aumento dei tassi di interesse, che negli Stati Uniti sono passati da zero al 4,75% in meno di un anno. Alla fine di tre giorni critici, il fondo americano per la tutela dei depositi ha annunciato il salvataggio della banca.

È un gruppo con quasi quarant’anni di storia che lavora con le startup e i fondi di investimento che le sostengono. La sua attività principaleconsiste essenzialmente nel gestire i miliardi di dollari che le startup ricevono dai finanziatori: le società innovative sono abituate a incassare grandi quantità di denaro nei “round” di finanziamento e quindi spenderli più o meno gradualmente per crescere.

Quindici di politiche monetarie accomodanti da parte della Federal Reserve hanno favorito molto le attività di Svb: i fondi di venture capital non faticavano a raccogliere denaro ed erano più generosi che mai con le startup. Gli effetti sui conti di Svb sono stati potenti: i depositi dei clienti che ammontavano a 28 miliardi nel 2010 sono più che raddoppiati in quattro anni, per poi superare i 100 miliardi nel 2018 e impennarsi nei mesi della pandemia, fino a raggiungere i 375 miliardi di dollari a fine 2022. Una crescita così poderosa rischiava di gonfiare una bolla pericolosa. Greg Becker, manager di Svb, lo sapeva, e infatti si era organizzato per gestire la liquidità della banca in maniera estremamente prudente: ha investito su obbligazioni del Tesoro americano, cioè quanto di meno rischioso possibile, titoli che si vendono con estrema facilità.

Ma non aveva fatto i conti con la Fed. La stretta dei tassi ha avuto due effetti diversi su Svb. Da un lato ha ridotto drasticamente gli investimenti del venture capital, le startup si sono trovate a corto di liquidità e dall’inizio del 2022 hanno iniziato a ritirare il denaro a un ritmo imprevisto. I prelievi hanno indebolito i coefficienti patrimoniali della banca, che per rimetterli in equilibrio è stata costretta a raccogliere capitale vendendo le obbligazioni che aveva comprato. Qui è emerso il secondo effetto-Fed: i bond del Tesoro di uno o due anni fa pagavano interessi da era dei tassi a zero, quelli di adesso “incorporano” l’aumento dei tassi. I tassi dei T-bond decennali, per esempio, sono passati in un anno da circa l’1,5% a quasi il 4%. Quindi per vendere le obbligazioni vecchie e meno generose bisogna fare lo sconto. Svb ha dovuto farlo: mercoledì ha comunicato di avere ceduto titoli per 21 miliardi di dollari, perdendoci 1,8 miliardi.

È una perdita netta che va a sua volta coperta, quindi lo stesso giorno la banca ha annunciato un piano di ricapitalizzazione da 2,25 miliardi complessivi. La reazione degli investitori è stata brutale: l’azione Svb che valeva poco meno di 270 dollari è precipitata a 106 dollari (a gennaio 2022 valeva 733 dollari…) e ieri non riusciva a fare prezzo. La ricapitalizzazione è diventata impossibile e la Federal Deposit Insurance Corporation (l’equivalente del nostro fondo interbancario) è intervenuta per rilevare la banca. È il suo secondo maggiore intervento di questo tipo, dopo il salvataggio nel 2008 di Washington Mutual.

La caduta spaventosa di Svb ha spaventato Wall Street e anche l’Europa, dove i titoli delle banche hanno vissuto un venerdì nero. Milano ha perso l’1,5%, Francoforte e Parigi l’1,3%, l’indice del settore bancario ha perso il 4%.

È comprensibile: Svb non è una banca piccola, la crescita degli ultimi anni l’ha portata ad essere la 16ma degli Stati Uniti per attività (e la 20esima migliore d’America, secondo la classifica pubblicata a febbraio da Forbes), mentre la notizia delle sue difficoltà faranno accelerare la fuga dei clienti, aumentando il rischio di bancarotta.

Il rischio contagio non sarà altissimo ma esiste perché Svb era sicuramente troppo sbilanciata nei suoi investimenti sul debito americano, ma non è l’unica banca ad avere investito su obbligazioni che pagano interessi bassissimi, rispetto a quelli garantiti dai bond emessi negli ultimi mesi. Se quei titoli vengono tenuti fino alla scadenza non c’è problema, ma se coma la banca californiana anche altri istituti saranno costretti a vendere, allora possono emergere perdite enormi. Precisamente 620 miliardi di dollari, secondo le stime diffuse lunedì da Martin Gruenberg, presidente del fondo americano per la tutela dei depositi, in un intervento davanti all’associazione bancaria statunitense che ora in tanti stanno rileggendo con preoccupazione.