Economia

Industria. L'automobile frenata dalla "carestia" di chip

Alberto Caprotti martedì 9 febbraio 2021

Non c’è pace per il mercato dell’automobile, falcidiato prima dalla pandemia e ora dalla “carestia” di chip. Ai costruttori mancano cioè i microprocessori che sono alla base di tutte le applicazioni elettroniche nelle auto, quelle con motori termici ma anche a propulsione elettrica. Molti di loro, da Ford a Toyota, da Nissan a Volkswagen, General Motors e Subaru, hanno dovuto tagliare la produzione a gennaio, soprattutto in Cina, per le insufficienti forniture di semiconduttori, e lo stesso accadrà a febbraio.
Secondo gli analisti di Ihs, la riduzione registrata sinora sarebbe di oltre 670mila unità: il mercato più penalizzato è quello cinese con circa 250mila vetture in meno, ma nel complesso si stimano che in tutto il 2021 si arriverebbero a perdere quasi 1 milione di auto.
L’offerta limitata di chip nel settore sostanzialmente sarebbe causata in primo luogo dall’aumento della domanda nel comparto della telefonia mobile e nelle infrastrutture a sostegno della tecnologia di quinta generazione, durante una congiuntura che ha visto il rallentamento delle attività produttive a causa dell’emergenza sanitaria. A questo c’è da aggiungere il contributo negativo della guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti. Per evitare le sanzioni imposte dalla precedente amministrazione americana, le aziende di tutto il mondo hanno cancellato le richieste di approvvigionamento inoltrate ai produttori cinesi, mentre società come Huawei - a cui è vietato l’accesso alle componenti di tecnologia statunitense - hanno dovuto rivolgersi ad altri fornitori, riducendo le scorte dei principali produttori.
L’aspetto più preoccupante è che le auto moderne sono diventate sempre più dipendenti dai chip, molti dei quali realizzati in Europa. L’elettronica interviene sostanzialmente per qualsiasi cosa, dalla gestione computerizzata dei motori per una migliore economia del carburante, fino alle funzioni di assistenza alla guida, senza contare l’enorme quantità di materiale necessario per i sensori e per la parte multimediale.
Queste difficoltà potrebbero prolungarsi per molto tempo: «La carenza di chip è un problema storico - ha detto a DailyChina Yale Zhang, Ceo della società di consulenza Automotive Foresight di Shanghai - perché la Cina si affidava a semiconduttori importati da Europa, Stati Uniti, Malesia, Giappone e Corea del Sud, ma il blocco della produzione locale a seguito del Covid-19 ha ridotto le forniture proprio mentre il mercato cinese dell’industria automobilistica era ripartito alla grande». Secondo Yuan Chengyin, direttore generale del National New Energy Vehicle Technology Innovation Center, il costo dei chip per auto in Cina è stato di circa 400 dollari per auto nel 2019 e arriverà a 600 nel 2022. Con vendite stimate nel mercato automobilistico cinese di 25 milioni nel 2022, il business dei semiconduttori automobilistici nel Paese raggiungerà i 15 miliardi di dollari.
La mancata disponibilità dei chip comporta una correzione delle stime sui profitti di tutti i costruttori. Per il bilancio che si chiude al 31 marzo ad esempio Subaru ha già quantificato una calo dei profitti a 75 miliardi di yen (590 milioni di euro) rispetto ai precedenti 80 miliardi previsti, e una flessione del fatturato a quota 2.850 miliardi, 100 in meno rispetto alle stime iniziali.