Economia

Caffè. La napoletana Kimbo punta alla Lombardia e all'export

Cinzia Arena mercoledì 31 maggio 2017

La globalizzazione e la trasformazione del mercato del caffè non fanno paura alle cugine Rubino che da Napoli guidano un’azienda formato famiglia radicata nel territorio ma anche pronta a conquistare l’estero con il suo espresso partenopeo. Tempo di bilanci e di nuove sfide per la Kimbo: il 2016 è stato un anno record con un fatturato di 175 milioni di euro (in crescita del 3,3%), una buona performance sulle vendite di caffè macinato e un esordio brillante con le capsule compatibili Nespresso lanciate lo scorso luglio.

Nata nel 1963 dal bar di famiglia per intuizione dei tre fratelli Rubino (all’epoca si chiamava Caffé do Brasil) l’azienda oggi è guidata dalla seconda generazione: Alessandra Rubino, amministratore delegato, e sua cugina Paola, presidente. Entrambe hanno alle spalle più di vent’anni di lavoro nella ditta di famiglia e la voglia di restare saldamente radicate alle tradizioni: al territorio (i due stabilimenti di Napoli e Nola nei quali lavorano 200 dipendenti) e alla qualità delle materie prime. Che vengono importate dai paesi della fascia equatoriale con una particolare attenzione a selezionare produttori che non sfruttino la manodopera e poi miscelate per creare un caffè forte e corposo.

Tra gli anni ’70, con il debutto del sottovuoto e il consumo di massa domestico, e gli anni ’90, con le prime pubblicità (testimonial d’eccezione era Pippo Baudo), la Kimbo si è trasformata da azienda regionale a nazionale. Seguendo le esigenze dei consumatori ma rimanendo sempre fedele a se stessa. E anche di fronte alla rivoluzione dell’ultimo decennio, vale a dire il caffè mono-porzione in cialda prima e in capsula dopo, non si è tirata indietro. Con i suoi tempi però. Insieme alla triestina Illy ha lanciato una sua macchina per le capsule (Uno System) e da poco è approdata nell’universo delle compatibili Nespresso. Per il momento - ha ribadito ieri Alessandra Rubino - non c’è nessun progetto di quotazione in borsa o di apertura del capitale a terzi. «Crediamo che la compagine societaria tutta familiare abbia un suo valore per la crescita dell’azienda, ma in un mondo in continua evoluzione con l’ingresso delle multinazionali e la globalizzazione, non siamo chiusi a nessuna esperienza».

Nel futuro a breve termine ci sono due sfide: incrementare la presenza in alcune regioni chiave come la Lombardia considerata cruciale dal punto di vista dei consumi (attualmente Kimbo è fortissima in Campania con il 70% della quota di mercato e nel Lazio con il 14%) e dall’altra puntare sull’estero con l’obiettivo di passare in quattro anni dal 19 al 30% del fatturato. Il nuovo direttore generale Piero Lovisolo, che ha alle spalle una lunga esperienza nel settore alimentare, ha spiegato che Kimbo è già presente in oltre 80 paesi e punta anche sull’e-commerce con la presenza in Amazon e Alibaba (la piattaforma cinese).

I mercati dell’Est sono quelli destinati a crescere maggiormente, perché qui il caffè è ancora poco diffuso. L’espresso italiano è un prodotto che ha ancora ampi margini di diffusione in tutto il mondo. Ma anche in Italia il business è tutt’altro che in crisi. Con la rivoluzione delle capsule, imposta da una campagna di marketing senza precedenti da parte di colossi come Lavazza e Nespresso, è diminuita la quota di macinato venduto ma sono aumentati i ricavi in maniera notevole. E anche l’arrivo del caffè americano (Starbucks tra poco aprirà la sua prima sede a Milano) potrebbe avere ripercussioni positive, specie per la conquista del mercato dei giovani. Tra i progetti che Kimbo si prepara a lanciare una campagna pubblicitaria che strizza l’occhio agli amanti della moka (partirà domenica in tv) e l’apertura di punti vendita dove sarà rispolverata l’usanza napoletana del caffè pagato. Perché le tradizioni contano. Anche nell’epoca del caffè globale.