Economia

Indagine. In Italia lavorano 280mila minori

mercoledì 23 settembre 2015
Piccoli baristi, commessi, parrucchieri, ma anche braccianti agricoli, manovali nei cantieri, meccanici di officina. Sono 280mila gli under 16 italiani che si 'guadagnano da vivere', lavorando complessivamente oltre un milione di ore ogni giorno: 30mila sono a rischio sfruttamento perché impiegati in lavori pericolosi o che possono compromettere molto seriamente il loro sviluppo, ad esempio perché costretti a stare svegli di notte o a non andare a scuola, uno su due non viene neppure pagato anche perché la maggioranza aiuta in casa (33%) o nell'attività di famiglia (40%). Così preoccupano ma non sorprendono i dati di un'indagine dell’Osservatorio Nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza (Paidòss), secondo cui i genitori italiani, stremati da anni di difficoltà economiche, sembrano non capire fino in fondo la gravità dell'abbandono scolastico, che oggi riguarda il 18% dei giovanissimi, per la ricerca di un impiego: uno su due non si opporrebbe con ogni mezzo al lavoro minorile del figlio, il 54% pensa che la crisi lo giustifichi almeno in parte. Così Paidòss propone una 'ricetta salva-infanzia', per restituire il futuro ai nostri figli. Perché, come spiega Giuseppe Mele, presidente Paidòss, "l'idea che iniziare la gavetta presto possa aiutare i ragazzi a inserirsi meglio nel mondo del lavoro è falsa e fuorviante, un modo utile soprattutto a nascondersi ipocritamente di fronte alla realtà: lavorare prima dei 16 anni è un furto dell'infanzia, mette a rischio la salute e il benessere psicofisico e non aiuta a trovare meglio lavoro. Le stime indicano addirittura che un bambino costretto a lavorare prima del tempo avrà il doppio delle difficoltà per trovare un impiego dignitoso, da adulto". L'indagine Paidòss è stata condotta da Datanalysis intervistando 1.000 mamme e papà rappresentativi della popolazione generale italiana per fare chiarezza sulla percezione del lavoro minorile da parte di genitori di bambini e ragazzini con meno di 16 anni. "I dati raccolti – osserva Mele – indicano una preoccupante indulgenza dei genitori italiani nei confronti del lavoro minorile: il 26%, con punte del 33% al Sud, non ci vede nulla di male mentre il 20% ritiene che il giudizio debba dipendere dalla situazione del singolo. Di fatto, non viene condannato senza se e senza ma come sarebbe giusto. Così, se da una parte oltre l'80% ritiene che il lavoro minorile 'rubi' ai ragazzini la formazione scolastica, l'infanzia e una normale crescita psicofisica, si scopre che a tutto questo si può rinunciare di fronte alle nuove necessità imposte dalla crisi economica, ritenuta la principale responsabile degli abbandoni scolastici da un genitore su tre: le difficoltà finanziarie giustificano il ricorso al lavoro di un bambino o un ragazzino per metà delle famiglie. Ma ciò che forse turba ancora di più è che solo il 34% delle mamme e dei papà costringerebbe a restare sui banchi un figlio intenzionato a lasciare la scuola per lavorare, impedendogli una scelta dannosa per la sua vita: uno su quattro accetterebbe la decisione pur ritenendola un errore, uno su cinque la considera una volontà da rispettare comunque. Non è così: ogni bambino ha il diritto di essere protetto dallo sfruttamento economico, in qualunque sua forma".L'Italia non è immune dalla drammatica realtà: il 30% dei genitori italiani pensa che il lavoro minorile in Italia riguardi solo gli stranieri, il 55% lo considera un dramma dei Paesi sottosviluppati, il 40% ignora che esistano piccoli sfruttati anche entro i nostri confini, ma in realtà dei 280.000 piccoli lavoratori solo 20.000 sono stranieri e il 17% dei genitori intervistati per lo studio conosce la storia di ragazzini lavoratori, figli di amici e parenti o conoscenti dei propri figli, con punte che arrivano al 22-24% nell'insospettabile Nord. Resiste tuttavia il pregiudizio verso il Sud, visto che il 40% crede che si tratti di un problema confinato al Meridione. "Il lavoro minorile ha mille sfaccettature, ma una caratteristica comune: mette a rischio lo sviluppo psicofisico dei ragazzi – spiega il Claudio Mencacci, past president della Società Italiana di Psichiatria e direttore del Dipartimento di Salute Mentale del Fatebenefratelli di Milano – ruba tempo che andrebbe impiegato diversamente: stare con gli amici, studiare, leggere, fare sport sono le attività giuste per i minori, quelle che aiutano il loro fisico ma ancor di più il loro cervello a svilupparsi nel migliore dei modi, in pieno benessere. Togliere le occasioni di riposo, svago, sport, apprendimento significa aumentare il rischio di disagi psicologici e disturbi dell'umore una volta diventati adulti: ansia, stress ma anche una mancata adeguata 'costruzione di sé' possono minare il benessere mentale futuro di questi ragazzi costretti a crescere troppo in fretta, magari sotto la pressione della necessità di contribuire a far quadrare i bilanci familiari dissestati dalla crisi". "Purtroppo c'è una diffusa mancanza di consapevolezza della pervasività e delle conseguenze del lavoro minorile – aggiunge Camilla Fabbri, presidente della commissione d’inchiesta sugli infortuni sul lavoro -. L'istruzione nell'infanzia non può essere sostituita con il lavoro: gli impieghi dei minori non hanno mai 'valore' e soprattutto negano un diritto umano, il diritto a una crescita personale, sociale e morale in serenità che ciascuno deve avere. Il lavoro minorile non è mai positivo, spesso si tratta di esperienze dure per gli orari estenuanti, la mancanza di condizioni di sicurezza, i rapporti complessi con i datori di lavoro anche quando si tratta di familiari. Un ragazzino lavoratore corre più rischi di rimanere ai margini della società: l'istruzione deve essere garantita e l'abbandono scolastico combattuto con ogni mezzo, perché è l'unico modo per garantire che i giovani acquisiscano conoscenze e competenze davvero adeguate al mercato del lavoro in continua evoluzione"."I minori che lavorano purtroppo, in violazione delle norme che li tutelano da impieghi a rischio, si trovano spesso in situazioni che li pongono in pericolo - aggiunge Franco Bettoni, presidente nazionale Anmil– in quanto non sono purtroppo rari i casi in cui ragazzini sono costretti a lavorare alla sera, rinunciando a ore di riposo ed esponendosi a una maggior probabilità di malattie come obesità, diabete, tumori (estrapolando dai dati sulla mancanza di sonno..); soprattutto, molti maneggiano assiduamente sostanze chimiche tossiche, pensiamo ad esempio ai piccoli impiegati in negozi di parrucchiere o come calzolai, meccanici, braccianti agricoli. Ci sono ragazzini che svolgono lavori in cui si devono utilizzare oggetti taglienti o attrezzi pericolosi, altri che aiutano in cantieri edili dove il rischio di incidenti è considerevole: tutto ciò incrementa moltissimo la probabilità che un piccolo lavoratore si faccia seriamente male, con conseguenze che possono in alcuni casi compromettere tutto il resto della vita".In quest'ottica si inserisce la ricetta Paidòss per contrastare il lavoro minorile, che riporta in primo piano proprio il ruolo degli insegnanti e della scuola. "La scuola deve essere protagonista del processo di crescita dei ragazzi e può diventare un antidoto efficace allo sfruttamento dei minori – conclude Mele – Il nostro decalogo sottolinea la necessità di una scuola gratuita, aperta alle esperienze, che sia realmente formativa e che riesca ad attrarre i ragazzi con programmi attuali, inseriti nel contesto contemporaneo e capaci di offrire competenze tangibili. Gli insegnanti devono tornare a essere un punto di riferimento solido per la crescita dei giovani, le ore in classe non devono essere vissute come tempo perso ma come un periodo prezioso utile alla propria crescita sociale, culturale, personale: solo così, avendo ben chiaro il valore dell'istruzione, diventerà più facile opporsi al richiamo del lavoro minorile. Anche in tempi difficili come quelli attuali".