Economia

L'intervista. «In Italia già 70mila persone hanno un mestiere social»

Paolo Viana sabato 11 giugno 2016
Quasi tutti gli italiani che usano internet hanno un profilo Facebook. Ma quanto conta questo social network nella creazione di ricchezza del Paese?Nel mondo, 50 milioni di aziende hanno una pagina Facebook – risponde Luca Colombo, country manager della società californiana, che è intervenuto ieri al 46° convegno dei Giovani di Confindustria a Santa Margherita Ligure – e su queste non facciamo fatturato. Poi ci sono 3 milioni di imprese che utilizzano i nostri servizi pubblicitari per farsi conoscere: crescono del 50% all’anno. Rispetto a questi dati, il nostro Paese è il quinto al mondo. Secondo l’ultima ricerca Deloitte, su dati 2014, la piattaforma digitale serve alle imprese per costruire valore, comunicando con il consumatore: la creazione di una pagina e la sua gestione non sono a pagamento ma creano ricchezza, nel senso che esiste un mercato di servizi di marketing e di app, se non di tlc, che prosperano attraverso all’uso della piattaforma. Ebbene, il valore generato nel 2014 attraverso queste attività è stato di 6 miliardi di dollari, sui 227 generati nel mondo. Sono 70mila posti di lavoro in Italia. Due anni fa, erano la metà.Perché i social restano gratuiti?Perché il nostro modello di sviluppo prevede che la monetizzazione avvenga attraverso la pubblicità e che tutte le altre risorse siano reinvestite nell’ampliamento della comunità dei lettori, che rappresenta il nostro mercato. Oggi, un’azienda che acquista un’inserzione su Facebook può raggiungere 28 milioni di persone al mese: garantiamo risultati certi in termini di presentazione del prodotto, di tempi e di autorevolezza; inoltre, stiamo sviluppando le modalità per trasformare la comunicazione in una maggiore capacità di vendita, un’opportunità ancora poco percepita ma che sta crescendo da due-tre anni; analogamente, investiamo sull’intelligenza artificiale e sulla realtà virtuale, per offrire modalità di utilizzo sempre più ricche. Ciò detto, i servizi offerti sono in gran parte gratuiti, perché vogliamo restare una piattaforma di comunicazione e marketing; noi crediamo che la "soluzione finale" si declini benissimo nelle mani delle imprese.Il gioco non funziona con i giornali: non ci sarà mai pace tra Facebook e carta stampata?La piattaforma può generare valore per gli editori come per tutti gli imprenditori. Altri player hanno scelto la via degli accordi (il riferimento è a Google, che ha siglato un patto con la Fieg, ndr) mentre noi crediamo che sia più utile lavorare con i singoli editori. In questo modo, il 12 aprile è stato varato Instant Articles, una soluzione che velocizza la lettura degli articoli postati su Facebook, riducendo di otto secondi l’atterraggio del lettore sulla pagina del giornale linkato. Se si considera che spendiamo 50 minuti al giorno nella lettura dei social e che ci sono 28 milioni di lettori, si capisce come questi otto secondi costituiscano un valore importante.Milioni di lettori che non pagano gli articoli che leggono. E Facebook fortifica quest’abitudine…Gli editori hanno già oggi la possibilità di ripagare i loro investimenti su internet attraverso la pubblicità. Il modello, oggi, è questo: se un domani si affermerà una logica per cui l’informazione si paga svilupperemo delle soluzioni in linea con quella logica, ma oggi ci si ripaga solo con la pubblicità. Che possiamo valorizzando aumentando il numero di lettori e il tempo di lettura.Quanto pesa il digital divide italiano nello sviluppo di questo business?Con 28 milioni di italiani che usano Facebook ogni mese su 30 milioni che accedono a internet, l’Italia esprime una forte adozione degli strumenti social, quindi si sarebbe portati a credere che non ci siano problemi: invece il problema c’è e sono gli altri 30 milioni che non sono on line sia per ragioni culturali che infrastrutturali.