Economia

L'INTERVISTA. Il sociologo Bonomi: «Il desiderio di comunità ora contagia la community virtuale»

Massimo Calvi lunedì 29 luglio 2013
Una cosa è bussare al vicino di casa per chiedere se ci presta il trapano per appendere due quadri, sapendo che un domani magari potremo ricambiare il favore prestandogli il guscio auto per il bambino. Un’altra sedersi al computer o mettersi in poltrona col tablet, e affidare a un sito Internet la nostra richiesta, confidando che vi sia qualcuno in rete che può aiutarci. Nel primo caso c’è già una relazione, che si può consolidare con uno scambio; nel secondo si sta cercando un contatto, l’embrione di una relazione, che può evolvere oppure fermarsi al semplice scambio. Certo, non è detto che quella col vicino sia necessariamente una relazione virtuosa, però è evidente che affidarsi a Internet per uno scambio, una condivisione, una collaborazione, presuppone una condizione di partenza abbastanza chiara: che non abbiamo nessun altro cui rivolgerci. In buona sostanza siamo soli. La rete, però, e qui viene il bello, può restituire molto più di quello che ci si aspetta. Una svolta epocale, conviene il sociologio Aldo Bonomi, direttore di Communitas e fondatore del consorzio Aaster, specializzato in progetti per lo sviluppo dei territori e la promozione della coesione sociale nelle comunità.«Oggi – spiega – ci troviamo di fronte alla società dell’individualismo compiuto. Ma siccome nessun essere umano può vivere solo, ecco che la voglia di comunità e di relazione torna a emergere. Noi cerchiamo la relazione, la desideriamo. E così anche in un’epoca di contatti virtuali gli esseri umani ricominciano a tessere relazioni».L’idea di affidarsi a un mezzo come Internet per trovare qualcuno con cui scambiarsi qualcosa non è come gettare nell’oceano una bottiglia con un messaggio per chiedere aiuto? Che immagine di comunità restituisce?È evidente che il dato di partenza è quello della solitudine. La filosofia più attenta all’ecosistema della contemporaneità d’altronde oggi parla di "comunità" non nel senso di una presenza, ma ne tratta in termini di assenza e di desiderio. Penso alla "Comunità che viene" di Giorgio Agamben, alla "Comunità inoperosa" di Jean-Luc Nancy, alla "Communitas" di Roberto Esposito, o alla "Voglia di comunità" di Zygmunt Bauman. Ora, nell’ecosistema della modernità vi è la realtà della rete, e non a caso le aggregazioni virtuali si chiamano "community". Potremmo dire che oggi la voglia di comunità incomincia a mordere la voglia di community.I legami virtuali non bastano più?Lo strumento della rete è usato per pensare, comunicare, memorizzare i dati... Ma l’essere umano non è fatto solo di "vita nuda", di memoria e pensiero. Esiste anche la corporeità, che rimanda ai concetti di prossimità e di solidarietà. Tutti i processi di ipermodernizzazione, come la globalizzazione o, appunto, la rete, hanno depotenziato la comunità ordinaria e tradizionale fatta di amicizie, vicinato, reti parentali, paese... Ora però la rete incomincia ad essere usata per ricostruire processi di comunità vera. Sia chiaro: la rete resta un mezzo, non un fine. Ma usarla in questo senso ha indubbiamente forti elementi di positività. La crisi ha riportato alla necessità di ricostruire anche tessuti fisici per contrastare la dissolvenza della comunità.In rete si esalta l’idea che si possa vivere senza possedere. Ma perché vi sia uno scambio, qualcuno deve pure possedere qualcosa.C’è un valore d’uso e un valore di scambio. E il valore d’uso prescinde dal possesso. Il consumo è sempre stato orientato al possesso della merce, ora il fatto che certe cose vengano scambiate, che alcune merci e alcuni servizi siano più disponibili, può essere molto importante, anche in un discorso di sobrietà. Non c’è dubbio che ci troviamo di fronte a una transizione epocale.