Economia

Decarbonizzazione. Altre 35 realtà cattoliche contro gli investimenti fossili

Andrea Di Turi martedì 5 luglio 2022

I piani di espansione «pericolosi » dell’industria fossile e la «sempre più vuota retorica» sul clima: questo, soprattutto, è nel mirino dell’annuncio congiunto che viene fatto oggi da organizzazione cattoliche e religiose internazionali che aderiscono al fossil fuel divestment. Il movimento che chiede il disinvestimento dalle fonti fossili di energia per contrastare l’emergenza climatica, anche in risposta ai reiterati appelli di Papa Francesco, a cominciare dalla Laudato Si’, ad abbandonare la dipendenza dalle fossili. Le istituzioni che aderiscono oggi sono circa 35, da Belgio, Brasile, Canada, Irlanda, Regno Unito, Stati Uniti e naturalmente Italia. Ad organizzarle è stato il Movimento Laudato Si’, insieme alla non profit cristiana britannica Operation Noah, al Consiglio ecumenico delle Chiese, al network Green Anglicans e al movimento climatico interreligioso Green Faith. «È immorale investire in un settore che sta alimentando le crisi del clima, dei conflitti e del costo della vita», ha dichiarato James Buchanan, direttore della campagna Bright Now di Operation Noah, ricordando come lo stesso Segretario Generale delle Nazioni Unite abbia bollato come «delirante» l’espansione della produzione di carbone, petrolio e gas in conseguenza della guerra in Ucraina. «Nel 2020 – ha dichiarato invece Padre Joshtrom Isaac Kureethadam, Coordinatore del Settore Ecologia del Dicastero Vaticano per lo Sviluppo Umano Integrale – il Vaticano ha invitato le istituzioni cattoliche a disinvestire dalle compagnie di combustibili fossili. Se vogliamo raggiungere la pace e garantire un pianeta vivibile per tutti, comprese le generazioni future, dobbiamo porre fine alla nostra dipendenza dai combustibili fossili che alimentano l’attuale crisi climatica».

Nel mirino, come detto, sono in particolare i piani per l’espansione della produzione di fonti fossili, che violano quanto indicato da tutte le principali agenzie internazionali competenti in materia, che li considerano incompatibili con il raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Ciò nonostante, una ventina delle principali compagnie mondiali dell’oil & gas (fra cui Bp, Eni, ExxonMobil, Gazprom, Saudi Aramco, Shell, TotalEnergies) stanno pianificando investimenti in progetti di espansione per quasi mille miliardi di dollari ('bombe al carbonio', li ha definiti una recente indagine della testata britannica Guardian). E numerosi governi, ad esempio di Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Norvegia e Australia, nonostante l’adesione al Paris Agreement continuano ad approvare nuovi e contestatissimi progetti di sviluppo sui combustibili fossili. Fra le istituzioni unitesi all’annuncio di oggi figurano ad esempio due diocesi Cattoliche nel Regno Unito, ordini religiosi cattolici come la Congregazione delle Suore di San Giuseppe in Canada e l’Istituto Religioso del Sacro Cuore di Maria in Brasile, due università dei Gesuiti (Marquette University e Loyola University, a Chicago) negli Usa. In Italia, l’Azione Cattolica: «Constatiamo con preoccupazione – ha dichiarato la Presidenza nazionale dell’Azione Cattolica Italiana – la diffusa convinzione nel Paese che rallentare la transizione energetica per tornare all’uso massivo dei combustibili fossili, in particolare del carbone, sia l’unica risposta possibile all’aumento delle bollette. Invece, è proprio mentre facciamo i conti con i costi della pandemia e della guerra in Ucraina che serve chiudere definitivamente con il carbone e proseguire con una riduzione sistematica tanto dell’offerta quanto della domanda di petrolio, attraverso un rapido aumento delle energie rinnovabili e a un contestuale risparmio energetico. Come del resto già previsto dal Pnrr». Dato che l’annuncio arriva, in Europa, alla vigilia del voto del Parlamento Ue sull’inserimento di gas e nucleare nella tassonomia verde, il Movimento Laudato Si’ chiede agli europarlamentari italiani di votare perché non vengano inseriti. Soprattutto per evitare che gas e nucleare intercettino nei prossimi anni flussi finanziari che potrebbero invece essere indirizzati a beneficio del nostro tessuto produttivo, delle nostre Pmi, aiutandole ad accelerare il processo di decarbonizzazione.