Economia

Tra contraddizioni e interpretazioni. Il lavoro in positivo ancora da consolidare

Francesco Riccardi martedì 13 settembre 2016

L'occupazione è un disastro. No, sta migliorando. Il Jobs act ha fallito. Macché, sta producendo grandi risultati. La messe di dati, pubblicata a cadenza quasi settimanale, finisce paradossalmente per rendere più difficile la comprensione del reale andamento del mercato del lavoro. E dare la stura a ogni sorta di commento: da quello secondo cui siamo ancora inchiodati all’anno zero della grande crisi ai toni invece più trionfalistici di chi ci vede proiettati sempre in avanti.

La realtà, come sempre, è più complessa e articolata. I dati, anzitutto, vanno considerati e confrontati secondo il diverso arco temporale su cui sono calcolati, la natura (sondaggio campionario o registrazione) e l’insieme di fattori considerato. La rilevazione mensile dell’Istat, di per sé, ha poco peso: è una sorta di istantanea che ferma un momento, ma ha il pregio di essere immediata, diffusa quasi in tempo reale. L’analisi trimestrale, invece, oltre a essere maggiormente dettagliata, dà conto di una tendenza e può offrire indicazioni più significative e meno aleatorie, scontando però un "ritardo" nella pubblicazione che può renderla di fatto già "superata". Occorre poi fare attenzione agli altri dati, come quelli sul flusso di assunzioni e cessazioni o sulla natura dei diversi contratti, importanti per cogliere alcune tendenze qualitative, ma dai quali raramente, per la loro variabilità, si può trarre di volta in volta un giudizio definitivo. Ma, allora, come giudicare l’andamento del mercato del lavoro? Come va valutato il dato in crescita del secondo trimestre dopo l’ultima rilevazione mensile piuttosto deludente e l’aumento dei licenziamenti? Restando sul piano del realismo, si conferma una tendenza positiva per l’occupazione che in un anno ha visto crescere gli occupati di oltre 400mila unità, in valore assoluto vicini ormai ai livelli pre-crisi (oggi 22 milioni 936mila contro i 23 milioni 90mila di fine 2011), diminuire i disoccupati e, dato più importante, calare finalmente  il numero di giovani che non lavorano né studiano. Questo almeno fino a giugno. Perché i dati mensili di luglio hanno fatto registrare una battuta d’arresto. E, d’altro canto, difficilmente la domanda di lavoro poteva continuare ad aumentare dopo che l’attività industriale e, più in generale, la crescita economica hanno fatto segnare proprio a partire dal secondo trimestre dell’anno una nuova gelata, con il  Pil inchiodato allo zero.

In questo scenario non ha senso neppure parlare di successo o fallimento del Jobs act, che sarà valutabile a pieno solo tra qualche anno, una volta smaltita la "sbornia" degli (assai costosi) incentivi contributivi e valutati gli effetti reali delle nuove norme sui licenziamenti. Per ora si può solo trarne un insegnamento generale: il taglio del costo del lavoro, assieme a un minor grado di rigidità normativa, ha favorito le assunzioni stabili e le trasformazioni di contratti più precari. Anche se il rapporto costo/benefici pare finora sbilanciato sulla prima voce.