Economia

L'ultima chance. La corsa di fine anno per salvare l'Ilva (un'altra volta)

Luca Mazza giovedì 28 dicembre 2023

Operai dell'Ilva

Ci risiamo. Ancora una volta un'ultima chiamata per salvare l'ex Ilva. Ormai non si contano più, in questi anni turbolenti, le ultime spiagge per evitare che l’acciaieria più grande d’Europa finisca nel baratro. La sensazione, però, è che stavolta si sia arrivati davvero a un ultimatum. Al tramonto del 2023, con un'acciaieria più spenta che accesa (letteralmente alla canna del gas), non sembra esserci spazio per ulteriori rinvii. Una soluzione, almeno temporanea, va trovata nel giro di poche ore.

Dopo il nulla di fatto nell’assemblea prima di Natale, oggi è in calendario un ennesimo consiglio d’amministrazione di Acciaierie per l’Italia, la società che gestisce l’impianto di Taranto. Nella riunione del cda si cercherà di trovare un accordo tra i due soci (AcerlorMittal, che detiene il 62% delle quote, e Invitalia, socio pubblico di minoranza con il 38%) per approvare una delibera da portare alla successiva assemblea dei soci. In pratica, c’è da decidere chi (e quanto) deve mettere mano al portafogli.

La proposta di delibera, non discussa nell’incontro precedente, prevedeva un aumento di capitale da 320 milioni per far fronte alle esigenze dell’immediato a cui i soci avrebbero dovuto partecipare in misura proporzionale alle quote previste dall’art. 6.1 dello Statuto, entro il 31 gennaio 2024, «ad un prezzo di sottoscrizione pari a 1 euro nominale per azione, con la precisazione che a ciascuna azione spetterà un diritto di voto secondo quanto previsto dall’articolo dello Statuto». Il diritto all’opzione scadrebbe il 31 gennaio «con un diritto di prelazione a ciascun socio sulle eventuali azioni rimaste inoptate dall’altro socio, da esercitare entro i successivi 10 giorni».

La ricapitalizzazione di emergenza da parte dell'assemblea degli azionisti è necessaria per scongiurare il blocco della fornitura di gas. L'alternativa è il ricorso all’amministrazione straordinaria. A quel punto, però, il ridimensionamento dell’acciaieria sarebbe definitivo. Con conseguenze negative a cascata per i fornitori e per l’intero indotto. In sostanza, l’azienda si avvierebbe a un lento e inesorabile spegnimento.

Nonostante i fitti contatti delle ultime ore tra le parti, sul rifinanziamento non ci sarebbe ancora alcun accordo. Anche perché la proposta per il cda e l'assemblea arrivata da ArcelorMittal sarebbe sostanzialmente analoga a quella già respinta in precedenza dal socio pubblico, che non è disposto ad accettare condizioni che non prevedano impegni economici da parte della multinazionale.

Secondo fonti vicine al dossier, il fabbisogno esposto e richiesto dal cda della società, infatti, non sarebbe pari a 320 milioni ma a oltre un miliardo di euro. I sindacati continuano a spingere per la salita temporanea in maggioranza dello Stato, tramite Invitalia, in vista della ricerca di nuovi soci disposti a entrare nel capitale dell’acciaieria nei prossimi mesi. Anche per tale ragione, nelle ultime ore sta prendendo sempre di più corpo l’ipotesi di un prestito ponte. Si tratterebbe di una sorta di nazionalizzazione a tempo, che garantisca il superamento dell’emergenza e non metta una pietra tombale sulle prospettive di rilancio dell’azienda. Dopo il cda di Acciaierie d’Italia di oggi, nel tardo pomeriggio il dossier Ilva tornerà sul tavolo del governo nell’ultimo Consiglio dei ministri dell’anno. I sindacati sono stati convocati per domani alle 16 a Palazzo Chigi per un nuovo incontro. E aspettano la svolta.

Nel vertice con le parti sociali della vigilia di Natale il governo si è seduto sostenendo la “linea Fitto”: niente statalizzazione, con l’Ilva che deve restare in mano ai privati.

Nel giro di una settimana qualcosa potrebbe essere cambiato. Da più parti – sia dentro il governo sia fuori – si sta cercando di convincere il ministro degli Affari Europei (a cui Giorgia Meloni ha affidato gran parte del dossier Ilva) che proseguire con ArcelorMittal non è una strada percorribile. Non solo: a Fitto è stato fatto presente che chiudere adesso l’acciaieria sarebbe più costoso in termini industriali e occupazionali rispetto a un salvataggio. Con le casse vuote e una produzione ai minimi termini, il futuro dell’Ilva è appeso a un filo. L’ora delle decisioni è arrivata.