Economia

Inchiesta. Il «Bes» entra in città. E trova il Non profit

Marco Girardo venerdì 24 aprile 2015
Il Bes entra sempre di più in città. Non solo affinando il set di indicatori (che passano sa 25 a 64 e potenziano così la capacità informativa sul benessere equo e solidale), ma allargando pure la rete dei Comuni che aderiscono al progetto «Bes», lanciato originariamente da Istat e Cnel, di cui l’UrBes è l’evoluzione a livello territoriale. Nel rapporto 2015 le amministrazioni locali sono passate infatti dalle 25 del 2013 (prima edizione) a 64. Includendo tutte le città metropolitane del Paese e numerosi altri importanti centri urbani con la collaborazione fattiva dell’Anci.Il Rapporto «fornisce un quadro, ma è anche un elemento utile per orientare le scelte dell’amministrazione», ha confermato Giorgio Alleva, presidente dell’Istat. «Il Bes – aveva spiegato Enrico Giovannini nell’intervista che ha dato avvio all’inchiesta di Avvenire – ha una componente territoriale da sviluppare, l’UrBes, per portare dentro le città il Bes, che ora arriva solo a livello regionale e provinciale». Quindici grandi città avevano al tempo già aderito al progetto per rendere disponibili gli indicatori Bes a livello locale. La legge sulle Smart cities del 2012 ha tracciato il percorso: «L’obiettivo – ancora Givannini – è arrivare a livello comunale, con un censimento continuo». Un altro passo è stato dunque fatto.Da quest’indagine 2015 "potenziata" emerge come le città del Nord siano più prospere e attente a Terzo settore e cultura. Quelle del Sud, invece, hanno meno problemi di qualità dell’aria e mobilità, e una minore incidenza di reati contro il patrimonio. In generale, quindi, le differenze tra Centro-Nord e Mezzogiorno che caratterizzano da decenni il Paese sono riscontrabili anche a livello urbano. A partire dai parametri di ricchezza: Milano presenta un reddito medio pro capite delle famiglie di oltre 26mila euro e Bologna di oltre 23mila; Catania, Napoli, Messina e Reggio Calabria non raggiungono invece i 13mila euro. Tra le altre città UrBes, soltanto Bolzano, Trieste, Parma e Forlì-Cesena superano i 21mila euro di reddito provinciale pro capite, laddove Potenza e Catanzaro sopravanzano di poco i 13mila. Se differenziali negativi si osservano, come era da attendersi, rispetto alla ricchezza, alle condizioni materiali di vita e all’occupazione, toccano però anche elementi significativi in altri domini del Bes: dalla speranza di vita ai livelli di scolarizzazione, dalla conservazione del patrimonio edilizio alla ricerca e innovazione, dalla diffusione del Non profit alla dotazione e fruizione di servizi come quelli culturali o per la prima infanzia. Nell’economia civile, in particolare, si distingue fra le grandi città Firenze, con 66,8 istituzioni e 1.287,2 volontari ogni 10.000 abitanti. A livello nazionale si contano comunque 50,7 istituzioni del Terzo settore ogni 10.000 abitanti, un valore superiore di oltre 9 punti rispetto al 2001. Sia la quota di istituzioni non profit che quella di volontari è maggiore nelle zone del Centro-Nord. E le città metropolitane si collocano sopra la media nazionale – tranne Milano e Roma per entrambi gli indicatori e Torino per il volontariato – mentre quelle del Mezzogiorno si posizionano al di sotto con l’eccezione di Cagliari. Tuttavia, accanto a maggiori criticità e ai ritardi, fra le città meridionali «emergono anche casi che evidenziano dinamiche positive e potenzialità su cui investire», sottolinea il Rapporto. L’UrBes, come sostiene il presidente dell’Istat Alleva, dovrebbe aiutare le amministrazioni locali nelle loro scelte. Il presidente dell’Anci e sindaco di Torino, Piero Fassino, concorda: «Al di là delle inevitabili differenze territoriali – afferma – dallo studio dell’Istat emerge la fotografia di un Paese che, attraverso le politiche dei Comuni, ha un grado di coesione alto. Perché i servizi che i municipi mettono a disposizione dei cittadini assicurano una rete di assistenza ed accompagnamento molto importante». E l’UrBes è uno strumento utile, secondo Fassino, «per individuare le migliori esperienze che possono diventare buone pratiche da generalizzare, ma anche i punti critici per intervenire, correggere ed integrare». Sotto il profilo metodologico, infine, l’interazione fra l’Istat – in particolare attraverso la rete territoriale – e gli uffici di statistica dei Comuni ha garantito la condivisione di know-how e quindi di crescita diffusa delle competenze. Crescita senza la quale andare oltre il Pil sarebbe davvero complicato.