Economia

I cristiani e l'economia. I valori da ricostruire per uno sviluppo più umano

Massimo Calvi giovedì 16 giugno 2016
C'è una visione distorta della persona umana all’origine della crisi dell’economia, del lavoro, ma anche della cattiva gestione del fenomeno migratorio. Una negazione delle leggi naturali che, arrivando a confondere mezzi e fini o a separare fede e opere, esalta il «paradigma tecnocratico» e ostacola la diffusione di uno sviluppo «autenticamente umano». Sono molti gli spunti di riflessione offerti dal 36esimo Convegno per docenti e ricercatori universitari organizzato sabato e domenica scorsi a Castellania (Alessandria) dalla Fondazione Rui su «Confronto con le altre culture: aspetti del dialogo del cristiano con i suoi contemporanei».L’economista Luigino Bruni, trattando del paradigma tecnocratico nella Laudato si’, si è soffermato sul genuino senso del lavoro dell’uomo, che trova la sua prima remunerazione nella gioia di un lavoro ben fatto. Una certa visione, così presente nelle scuole di management, pone invece più l’accento sul "merito", sui controlli e sugli incentivi, quasi che la natura dell’uomo non sia più capace di «gratuità» nel lavoro: di qui la fallacia di espressioni come business is business, gift is gift, perché lo spirito del «dono» non va relegato solo alle opere di volontariato supererogatorie, ma può innervare anche il nostro lavoro di tutti i giorni.Ettore Gotti Tedeschi, economista e banchiere, ha identificato nell’«umanesimo gnostico», che ha portato l’economia ad essere considerata non più un mezzo ma un fine, il motore di un modello di sviluppo che causa regresso morale e decrescita. Globalizzazione accelerata, delocalizzazione, denatalità sono all’origine della trasformazione del risparmio in consumi, del sopravvento della finanza sull’industria e dell’iperconsumismo fondato sull’indebitamento. Un modello di sviluppo «avido ed egoista» che si nutre di «bolle» e che, nell’incapacità di ascoltare il cuore dell’uomo concentra la ricchezza nelle mani di pochi. La stessa crisi migratoria, ha sostenuto Gotti Tedeschi, può essere vista come responsabilità di un Occidente che ha smesso di investire in Africa, ha cessato di sedare i focolai di guerra, e continua a imporre ai Paesi poveri alti dazi nelle esportazioni di beni alimentari.In precedenza Lluís Calvell, docente emerito di metafisica della Pontificia Università della Santa Croce, aveva parlato di «Dialogo e superamento della frammentazione del sapere: da Tommaso d’Aquino a Papa Francesco». Partendo da alcune opere nelle quali San Tommaso ha cercato di offrire una visione integrale del sapere umano al di là delle singole materie (il commento al De Trinitate di Severino Boezio) ha messo in evidenza come la crisi dell’Università (che Alasdaire MacIntyre chiama ormai Multiversità) nell’era della specializzazione possa essere recuperata da un lato con l’«interdisciplinarietà», dall’altro attraverso uno studio svolto dall’interno di ogni materia (intus-legere) per scoprirne i presupposti antropologici e le conseguenze deontologiche che ogni forma di sapere/operare porta con sé.