Economia

L'analisi. Auto e politica, i due Stati di Stellantis

Alberto Caprotti martedì 26 gennaio 2021

Il presidente di Stellantis, John Elkann

Il rammarico con cui una parte della compagine politica italiana e del mondo sindacale hanno commentato in questi giorni il ruolo di semplice spettatore dello Stato italiano, e la sempre più forte ingerenza francese, nella vicenda che ha portato alla creazione di Stellantis, spinge a riflettere su un rapporto da sempre controverso.

L’industria automobilistica è inevitabilmente soggetta alla fortissima influenza della politica, che ha il potere di agevolarla – e in alcune situazioni, salvarla – attraverso sussidi e crediti. Ma anche di affossarla, come è accaduto negli ultimi anni, imponendo standard ambientali sulle emissioni e vietando la circolazione a determinate categorie di veicoli. Ora, aggirare il problema come fanno in molti, affermando che da quando nacque Fca (e ancor più oggi, dopo la fusione con Psa) non esisterebbe più un’industria automobilistica italiana, è fuorviante. Stellantis è una multinazionale di diritto societario straniero e con sede fiscale al di fuori dei nostri confini, ma con più di 55mila dipendenti in Italia ereditati da Fca, e una galassia nell’indotto costituita da quasi 2.000 aziende, che fatturano complessivamente poco meno di 50 miliardi di euro e che danno lavoro a oltre 160 mila persone. Basta e avanza quindi per considerare come una “questione nazionale” la neonata alleanza di 14 marchi, definita dal suo amministratore delegato, Carlos Tavares, «uno scudo protettivo per tutelare l’occupazione».

Vero o verosimile che sia, pare fatale che, qualora fosse necessaria qualche razionalizzazione fra i posti di lavoro francesi, tedeschi e italiani, questi ultimi sarebbero quelli più facilmente sacrificabili considerando che lo Stato francese ha una partecipazione in Stellantis del 6,2% e una tradizionale impronta fortemente difensiva dei propri interessi nazionali. Ma è altrettanto innegabile che un Gruppo di caratura mondiale con un governo solido come quello francese alle spalle, permetterà anche alla componente italiana di partecipare da protagonista alla futura ristrutturazione dell’industria automobilistica mondiale.

Sembrano invece di pura circostanza – e comunque fuori tempo massimo – le parole del viceministro dell’Economia, Antonio Misiani, che pochi giorni fa affermava che «un’eventuale presenza dello Stato italiano nel capitale sociale del nuovo gruppo, analoga a quella del governo francese, non può e non deve essere un tabù». Purtroppo o per fortuna, non è più tempo di pelose difese di bandiera: in un mondo industriale che non le riconosce più perchè ha solo quella dei bilanci da sventolare, le battaglie di retroguardia non hanno senso. Specie in una situazione come quella in cui si era infilata Fiat-Chrysler, con un paio di marchi agonizzanti al suo interno, in ritardo sull’elettrificazione e con la disperata necessità di trovare un partner forte per non sparire, anche a costo di esserne inghiottita.