Economia

Giovannini: «Per le risorse Ue serve una governance unica»

Cinzia Arena martedì 22 settembre 2020

«Sostenibilità. È ora di agire». È questo lo slogan scelto per la quarta edizione del Festival dello sviluppo sostenibile organizzata dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) che si apre oggi. Una maratona di 17 giorni, tanti quanti gli obiettivi Onu dell’Agenda 2030 che si concluderà con la partecipazione del premier Giuseppe Conte. Al centro del dibattito le misure indispensabili per avviare una ripresa 'sostenibile' che coniughi l’aspetto economico, con quello sociale e ambientale. Lotta ai cambiamenti climatici, decarbonizzazione e transizione energetica da un lato, contrasto alle diseguaglianze e alla disoccupazione con un nuovo patto generazionale dall’altro saranno i temi centrali. Il portavoce del-l’ASviS Enrico Giovannini, membro della task force per la Fase 2 guidata da Vittorio Colao, ex presidente dell’Istat ed ex ministro del Lavoro, è convinto che occorra costruire una 'resilienza trasformativa' per portare l’Italia fuori dal guado.

Questa edizione è diversa dalle altre nei contenuti e nelle modalità? Non è diversa in termini di partecipazione dal basso, tenuto conto delle condizioni. Il primo Festival aveva 220 eventi, il secondo 700, il terzo mille e questo ben 600 eventi sul territorio, alcuni in presenza e altri on-line. Per la prima volta il Festival esce dai confini nazionali grazie all’impegno di decine di ambasciate italiane in tutto il mondo. Una delle novità è che ci sarà una 'casa del Festival', il museo Macro di Roma che ci è stato concesso dal Comune. Anche i contenuti, simili a quelli che avevamo immaginato per maggio- giugno, verranno declinati in modo nuovo anche alla luce della scelta europea per green deal, digitalizzazione e lotta alle diseguaglianze, che era tutt’altro che scontata.

Il ruolo dell’Europa è fondamentale, il Recovery fund servirà ad innescare la ripresa? L’Europa ha messo in campo un impegno straordinario in termini di risorse ma anche di strategia. Oggi il Festival partirà proprio da un focus sulle linee guida della Commissione europea per il 'Piano per la ripresa e la resilienza', il nome corretto del Recovery fund. Si tratta di un compito molto complesso: per ogni progetto deve esserci un collegamento tra i fondi europei e quelli del bilancio nazionale, servirà uno sforzo straordinario di coerenza. Un’altra considerazione riguarda il territorio: bisognerà indicare come i 209 miliardi che lo Stato riceverà verranno spesi dalle Regioni, che hanno le competenze sulle politiche della formazione e sociali, ma anche energetiche. Anche in questo caso servirà uno sforzo straordinario per creare comunità di intenti. Il problema della governance purtroppo non è stato ancora affrontato in modo esplicito. Alla fine del Festival presenteremo il nostro Rapporto 2020 con l’aggiornamento sullo stato dell’Italia rispetto ai 17 obiettivi e le nostre raccomandazioni di policy.

La pandemia che effetti ha avuto nel percorso di avvicinamento agli obiettivi dell’Agenda 2030? La pandemia e la successiva crisi stanno facendo male allo sviluppo sostenibile: la povertà è aumentata, la salute, l’educazione, il reddito e l’occupazione sono regrediti. La buona notizia è che è possibile ribaltare questa situazione e fare un salto di qualità, capendo le opportunità che abbiamo davanti. Possiamo decidere di cambiare in meglio tante cose che immaginavamo non fossero modificabili, ad esempio la distribuzione del nostro tempo. Dobbiamo metterci in una prospettiva di resilienza trasformativa, non dobbiamo semplicemente 'rimbalzare indietro' dove eravamo mesi fa, ma fare un salto in avanti.

Il punto di partenza di questa edizione sono i giovani: il coronavirus ha reso ancora più marcato il gap generazionale: come si può intervenire? L’ASviS insiste molto sul fatto che la ripresa deve essere tagliata su misura per i giovani, non a caso il piano è rivolto alla Next Generation Ue. Tanti interventi di questi mesi si sono concentrati sul risarcimento dei danni, ma non si può continuare a fare debito senza investire sul futuro. I fondi europei servono a una trasformazione profonda, altrimenti rischiamo di vedere bocciato il piano italiano.

I tempi stringono, quale strategia si può adottare per avviare questa trasformazione? L’Europa pretende riforme associate all’erogazione dei fondi, serve un cambio di mentalità e del sistema di governance. La mia speranza è che con questa occasione l’Italia si doti di istituzioni adatte a progettare il proprio futuro: due anni fa ho proposto di dar vita ad un 'Istituto di studi sul futuro' per la programmazione strategica, ma mi fu risposto che non era un progetto interessante. Il governo si prenda i tempi necessari perché non possiamo sbagliare. La prima scadenza per presentare il programma è il 15 ottobre, ma c’è tempo sino ad aprile. La Francia ha presentato un 'pre-piano' dove ha indicato tre pilastri - ecologia, digitalizzazione e lotta alle diseguaglianze - mettendo insieme i fondi europei (40 miliardi) e quelli nazionali (60), secondo un approccio integrato. Un esempio da seguire.