Economia

I Neet. Giovani «né studio né lavoro»: e se fosse (anche) un problema di carattere?

Massimo Calvi mercoledì 22 marzo 2017

Un giovane inoccupato

E se fosse un problema di autostima? Se cioè la condizione dei giovani che non studiano e non lavorano fosse dovuta non soltanto alla crisi economica e alla mancanza di opportunità di impiego, ma dipenda anche dai tratti della personalità? L’ipotesi è tanto suggestiva quanto inquietante. Eppure è quello che emerge da diversi studi scientifici.

Negli anni della Grande Crisi il numero dei cosiddetti Neet (Not in Employment, Education or Training), cioè i "ragazzi" dai 15 ai 29 anni che né lavorano né sono impegnati in programmi di formazione, è aumentato vertiginosamente. In Italia sono quasi 2 milioni e mezzo, il 29% dei giovani, uno dei dati più alti in tutta l’area Ocse, dove la media è del 14,6%. Fatto che ci costa quasi 1,5 punti di Pil. Nel 2007 il tasso italiano di Neet era poco sotto il 20%: è chiaro che la mancanza di lavoro e il boom della disoccupazione, soprattutto di quella giovanile che ha raggiunto il 40%, hanno avuto un ruolo determinante. Ma il solo dato economico non spiega tutto: perché un giovane che non studia, non sta cercando lavoro? E perché un ragazzo che non lavora, non è impegnato in un percorso di formazione?

Tanto si è detto e scritto intorno ai figli che restano in casa, anche se un lavoro l’hanno trovato, quelli che un po’ superficialmente definiamo "mammoni", "bamboccioni", o "generazione Tanguy". E ora una ricerca della Fondazione Visentini ci informa che l’età dell’autonomia sta salendo velocemente, a 40 anni nel 2020, e in futuro crescerà ancora: nel 2030 i figli si renderanno autonomi dalla famiglia di origine a 50 anni. Ma, tornando al punto di partenza, se la condizione di Neet fosse anche un problema di carattere? Cioè di qualcosa che si è formato in tenera età e durante l’adolescenza? La letteratura scientifica indaga da tempo il ruolo delle competenze non cognitive e della personalità sul successo scolastico o sulle probabilità di essere disoccupati in futuro.

Una ricerca condotta da Silvia Mendolia e Ian Walker (U. of Wollongong e Lancaster U. – "Do Neets Need Grit?"), ad esempio, ha studiato il legame tra il carattere e il rischio di diventare Neet tra gli adolescenti inglesi. Ed è emerso che i ragazzi con bassi livelli di autostima o che attribuiscono a fattori esterni l’origine delle proprie "fortune" hanno una probabilità molto più elevata di diventare Neet. Al contrario, essere dotati di "grinta", della capacità di perseguire un obiettivo, mette al riparo dall’insuccesso, tanto che la sicurezza nei propri mezzi può essere equiparata a un talento. Non sono considerazioni scontate, tutt’altro.

Le ricerche dimostrano che più tempo si passa senza lavorare né studiare, più aumentano le probabilità di avere risultati economici negativi in futuro. Dunque trovare un modo per influire sulla personalità quando è ancora possibile, cioè nelle fasi iniziali della vita e nell’età in cui il carattere è malleabile, grazie a programmi educativi mirati, può rappresentare un investimento significativo in favore dei giovani. Forse non riusciremo a renderli tutti autonomi all’età in cui lo si dovrebbe essere. Ma almeno sarà meno angosciante chiedersi se la generazione che resta in casa non sia anche il prodotto di un’altra crisi: quella della fiducia nei propri mezzi.