Economia

OCCUPAZIONE E RIFORME. Bono, Fincantieri: «Lavorare di più o perderemo la sfida»

Francesco Riccardi mercoledì 19 gennaio 2011
Non vuol sentir parlare di "esuberi", né utilizzare la parola "ristrutturazione". Ma annuncia che il 2010 si chiuderà con una perdita superiore ai 64 milioni del 2009 e che le prospettive per il 2011 non sono migliori. «Se allora vogliamo mantenere una cantieristica forte, dobbiamo assolutamente recuperare produttività, aumentare il lavoro, riorganizzare gli impianti e difendere con i denti la nostra presenza nei flussi della competizione internazionale». Per questo occorre «cambiare atteggiamento» e ritrovarsi a un «tavolo della condivisione» coi sindacati, il governo e le istituzioni locali, spiega Giuseppe Bono, amministratore delegato della Fincantieri, "gioiello" dell’industria pubblica italiana, capace di conquistare cantieri negli Usa, commesse in mezzo mondo e costruire le più grandi navi da crociera, ma oggi in oggettiva difficoltà per la forte contrazione della domanda degli armatori e la competizione sempre più agguerrita di tedeschi, francesi, giapponesi, coreani e in futuro anche cinesi che potrebbero insidiare il mercato delle crociere, oggi appannaggio dei cantieri europei.Dottor Bono, siamo all’annuncio di quei 2.500 esuberi ventilati nei mesi scorsi o c’è dell’altro?Non abbiamo deciso alcuna riduzione di personale e non abbiamo mai parlato di esuberi. Piuttosto vorremmo discutere con i sindacati una riorganizzazione complessiva del gruppo. I punti focali del nostro impegno devono essere: avere una cantieristica forte e ridurre al minimo i costi sociali che si dovranno pagare per arrivare a questo risultato. Dobbiamo fare i conti con la realtà: la nostra capacità produttiva è sovradimensionata rispetto alla domanda attuale. Indico solo un paio di cifre per comprendere: nel biennio 2008-2009 abbiamo svolto una media di 13 milioni di ore di lavoro, nel 2010 sono scese a 11, per quest’anno la previsione è di soli 7 milioni, poco più della metà. La richiesta di traghetti si è azzerata, le commesse della Marina militare dall’Italia sono ridotte e per quanto riguarda le grandi navi da crociera, riusciremo a conquistare le commesse solo per 2 navi, forse 3, a prezzi che saranno ovviamente stracciati, visto che a contendersele sono un numero maggiore di concorrenti.Significa che avete in animo di chiudere qualcuno dei vostri 8 cantieri sparsi per l’Italia?Finora abbiamo mantenuto aperti tutti i siti produttivi. E ci siamo riusciti da un lato gestendo la dislocazione della produzione, dall’altro saturando gli impianti in quanto la congiuntura offriva molte più commesse all’anno sia per navi da crociera che di traghetti, con un comparto militare che è passato in 8 anni dal 20 al 50% del nostro fatturato. Ora, però, anche questo segmento ha volumi che si stanno riducendo ed emergono quindi, con maggiore negatività, le carenze di alcuni cantieri che ne accentuano, nel mutato scenario di mercato, la scarsa competitività.Provo ad azzardare qualche ipotesi: state pensando di chiudere Castellammare di Stabia che è privo di bacino e quindi lì non si possono realizzare navi di grandi dimensione?Sa cosa ha detto una volta il presidente di Confitarma, che è l’associazione degli armatori? «Costruire navi a Castellammare è un miracolo». Io però potrei rispondere che farle a Sestri Ponente – dove il cantiere è diviso in due dalla ferrovia e bisogna spostare da un lato all’altro i blocchi d’acciaio – è un miracolo doppio. Oppure che farlo a Riva Trigoso dove manca la banchina e alla fine della zona di montaggio c’è una spiaggia, è un altro miracolo ancora. Possiamo mantenere tutto come 100 anni fa, difendere l’esistente per non spostarsi di 50 chilometri?Insomma, tira aria di ristrutturazione e all’orizzonte si profila il conflitto...Parliamo di "riorganizzazione", che vorremmo fare assieme a tutti quelli che hanno volontà di ragionare a partire dai dati di realtà economica che ricordavo prima. È assolutamente necessario che il sindacato cambi atteggiamento culturale, smetta di considerare l’azienda una controparte – quando non esplicitamente un "nemico" – e cominci a preoccuparsi con noi di come difendere e far tornare a crescere questo settore, così come più in generale l’industria manifatturiera in Italia.Siete appena usciti da Confindustria di Genova e Gorizia, state preparando anche voi un contratto alternativo a quello dei metalmeccanici? Avremo in Fincantieri un nuovo confronto-scontro come avvenuto in Fiat?No, siamo usciti da Confindustria per la semplice ragione che non ci sentivamo supportati nelle nostre relazioni sindacali, mi sono sentito solo in molte battaglie. Non ho però alcuna intenzione né di fare un nuovo contratto né assolutamente di comprimere alcun diritto dei lavoratori o della rappresentanza sindacale. Già sarebbe un risultato importante se i sindacati tenessero fede agli impegni assunti con il contratto integrativo del 2009, firmato prima solo da Fim e Uilm, poi anche dalla Fiom. Vi erano contenuti degli obiettivi di produttività che non sono stati raggiunti.La produttività senza commesse non è decisiva, quali sono i problemi che lamentate?Noi le commesse cerchiamo di conquistarle sul mercato, ma se non siamo altamente produttivi i nostri prezzi non saranno competitivi e allora addio lavoro. Perché questo è il tema: dobbiamo davvero mettere al centro della riflessione e dei cambiamenti il lavoro. Per assicurare un futuro al nostro gruppo, così come al Paese intero e ai giovani in particolare. Dobbiamo lavorare di più e meglio. È concepibile che si lavori 190 giorni in un anno e 170 no? Forse un tempo, quando i mercati erano chiusi, si poteva fare. Ora però ci misuriamo non dico con i cinesi, ma con gli americani che lavorano 1.800 ore contro le 1.300-1.400 nostre. Così non reggiamo la competizione, non c’è futuro per la nostra manifattura.Sta dicendo che cambieranno gli orari alla Fincantieri?No, mi accontenterei di risolvere il problema dell’assenteismo che da noi è alla percentuale record del 14% in media. Certo ci sono le malattie e gli infortuni veri, se però la media è del 14 significa che ci sono lavoratori che si ammalano in maniera fisiologica con un tasso del 3-5% e persone che sono assenti al 25-30%. E questo non solo è economicamente insostenibile, ma soprattutto è moralmente inaccettabile. Ed è inaccettabile anche che una parte del sindacato difenda i fannulloni in maniera acritica. Qui abbiamo avuto vertenze in difesa di persone trovate a pescare anziché lavorare o a dormire mentre dovevano fare prevenzione anti-incendi.Da dove si riparte, allora?Dalla vera questione morale: il lavoro, la sua valorizzazione, la sua centralità. Come farlo crescere è la vera priorità. E la sola speranza di non essere schiacciati nella competizione globale che ci attende.