Economia

Guida. Il prestito da 6,3 miliardi, la garanzia dello Stato, le tasse: il caso Fca-Sace

Pietro Saccò lunedì 18 maggio 2020

Il Lingotto, storica sede di Fiat e oggi quartier generale di Fca Italy

Era prevedibile che tra le prime grandi imprese a chiedere un prestito garantito dalla Sace ci sarebbe stata Fca Italy Spa. Con i suoi 27,2 miliardi di fatturato l’azienda è la maggiore società industriale italiana non controllata dallo Stato e lavora in uno di quei settori che per due mesi sono rimasti completamente bloccati: tra marzo e aprile le immatricolazioni di auto in Italia sono state meno di 33mila, rispetto a un anno fa c’è stato un crollo di oltre il 90%. Gli stabilimenti di Fca Italy si sono dovuti fermare e con loro anche le aziende dell’indotto (Fca cita 5.500 fornitori). La stessa ripartenza non sarà facile: il governo non ha previsto nessun incentivo specifico per il mondo dell’auto, che pure produce il 6,2% del Pil nazionale e conta circa 160mila addetti. Fca Italy è quindi la tipica grande azienda italiana che in questo momento ha bisogno di ossigeno sotto forma di liquidità.

Un prestito privato garantito dallo Stato

Sfruttando le regole previste dal Dl Liquidità, Fca Italy sta quindi trattando con Intesa Sanpaolo per avere un prestito di 6,3 miliardi di euro garantito dalla Sace, la società assicurativo-finanziaria della Cassa depositi e prestiti (e quindi dello Stato). L’azienda, come ogni altra società con più di 5 miliardi di fatturato, può chiedere a una banca un prestito per una cifra fino al 25% dei suoi ricavi 2019 (da qui la cifra dei 6,3 miliardi) a un tasso agevolato. Gli interessi sono bassi perché la banca su un’operazione di questo tipo può ottenere dalla Sace una garanzia pari al 70% del credito: significa che se Fca Italy non dovesse rimborsare Intesa Sanpaolo, la banca sarebbe risarcita per circa 5 miliardi di euro con soldi pubblici. Sono cifre elevate e infatti occorre il via libera direttamente dal ministero del Tesoro. Per fortuna dell’azienda e dello Stato, comunque, parliamo di un’ipotesi piuttosto remota: per quanto Fca abbia giudizi “spazzatura” dalle tre principali agenzie di rating, nessuna considera probabile un rischio di insolvenza del gruppo.

I tassi che Intesa Sanpaolo applicherà a Fca non sono ancora noti, saranno più bassi del normale ma non saranno soldi gratis. Il Dl Liquidità prevede che le garanzie di Sace hanno un prezzo che cresce nel tempo: lo 0,5% di quanto garantito per il primo anno, l’1% per il secondo e il terzo anno, il 2% dal quarto al sesto anno. Se Intesa dovesse usare questa garanzia per 6 anni, la Sace potrebbe incassare interessi per oltre mezzo miliardi di euro.

Questo prestito arriva anche con una modalità che l’azienda ha definito innovativa: i 6,3 miliardi in prestito non finiranno sui suoi conti correnti tradizionali, ma su nuovi conti dedicati al pagamento dei fornitori. In questo modo Fca farebbe arrivare subito liquidità all’indotto, che in un momento critico ha le spalle meno robuste, dal punto di vista finanziario, rispetto a lei.

Per le regole previste dal Dl Liquidità, Fca quest'anno non potrà distribuire dividendi, e infatti ha già annunciato che ritirerà gli 1,1 miliardi di euro che doveva distribuire agli azionisti quest'anno. Non si hanno invece aggiornamenti sui 5,5 miliardi di euro di dividendo straordinario che l'azienda dovrebbe pagare agli azionisti per perferzionare la fusione con Psa.

La controllata italiana di una holding olandese che paga le tasse nel Regno Unito

Se attorno all’operazione che Fca Italy sta negoziando con Intesa si è accesa una tempesta politica è perché da sei anni la Fiat “non è più un’azienda italiana”. Fca Italy Spa è infatti una società italiana controllata al 100% da Fca Nv, azienda olandese ma fiscalmente residente nel Regno Unito nata nel 2014 per gestire il gruppo nato dalla fusione tra Fiat e Chrysler.

Il “trasloco” di Fca da Torino verso Amsterdam è stato deciso dalla squadra di manager guidata da Sergio Marchionne principalmente per due motivi. Il primo riguarda le regole olandesi sulle azioni privilegiate, che danno significativi vantaggi agli azionisti “storici” rispetto agli azionisti “normali” e quindi permettono di mantenere saldo il controllo di una società anche con una quota di minoranza. Exor, la finanziaria degli Agnelli (anch’essa olandese, come pure Ferrari), in Fca ha il 30,8% delle azioni ma il 46,1% dei diritti di voto. Il secondo motivo del trasloco ha ragioni prettamente fiscali. Con questa complessa architettura tra Olanda e Regno Unito, Fca risparmia cifre difficili da determinare ma sicuramente significative: «Se dovessimo essere trattati come una società residente in Italia dal punto di vista fiscale – scrive Fca a pagina 88 del suo ultimo bilancio – saremmo soggetti alla tassazione fiscale sui nostri ricavi mondiali e ci sarebbe richiesto di adeguarci alle ritenute alla fonte e agli obblighi di reporting previsti dalla legge italiana, il che potrebbe comportare costi e spese aggiuntivi».

Quindi è vero che Fca Italy paga le tasse in Italia sulla sua attività italiana, ma con lo spostamento della sede nei Paesi Bassi e della residenza fiscale nel Regno Unito il gruppo Fca ha spostato altrove il grosso della tassazione sui profitti e sui dividendi che paga agli azionisti. Fca non offre i dati sulla sua spesa fiscale per singolo Paese, ma solo il totale globale, che nel 2019 è ammontato a 1,3 miliardi di euro. Dei dettagli dei rapporti con il fisco italiano per il 2019 nel bilancio c’è scritto solo che l’Irap versata ammontava a 6 milioni di euro.